sabato 23 maggio 2009
LAMBDA FACTOR!
Tutto questo è già successo con il Torino Pride 2006, in dimensione anche maggiore, ed alcuni di coloro che si avvicinarono a quel Pride hanno continuato a lavorare con le associazioni esistenti, o addirittura costituendo di nuove.
Questo vuol dire che i Pride torinesi hanno assolto ad una delle loro principali funzioni, assumendo sempre più significato per una fascia di popolazione omosessuale e transessuale ben più ampia di quella di per se sensibile ai temi politici e sociali.
Il carattere di festa che questo evento ha sviluppato negli anni ha molto aiutato questa diffusione. Il fatto stesso che molti dei nuovi volontari/e siano arrivati dagli ambienti delle discoteche e da facebook, può voler dire che il muretto tra mondo del divertimento e mondo della politica, almeno per le persone lgbt, si stia un po’ sgretolando.
Questa novità è importante per molti motivi, non ultimo quello legato alla costruzione di un sentimento di appartenenza ad una comunità - che vada più in là dei propri partner sessuali – ch questo comporta. Se tra i luoghi del divertimento ed i luoghi della politica, ma anche con quelli della cultura, c’è osmosi significa che aumenta il livello di consapevolezza e responsabilizzazione complessivo della popolazione omosessuale sui suoi diritti, individuali, di coppia e collettivi.
Credo in particolare, che proprio una città come Torino, ove l’osmosi tra questi mondi si è sperimentata soprattutto negli anni tra il 1978 e il 1982 con l’esperienza della discoteca - poi bar - gestiti direttamente dal Fuori!, e con il Festival del cinema lgbt, abbia molto da dire su questo aspetto del rapporto tra movimento politico e mondo omosessuale. E forse non è un caso che proprio in quegli anni si celebrarono i primi Pride di piazza in Italia, a Torino…
La sensazione che ho avuto con il Pride 2009 è che il grado di consapevolezza sul valore sociale e politico del Pride, non solo quello festaiolo-liberatorio, sia stato più alto che nel passato. Se la mia sensazione è vera – ed è stata confermata da molti dei membri del Coordinamento con cui ho parlato in questi giorni – è compito dei gruppi comprendere questo fenomeno e valorizzarlo appieno.
Accettare che le persone partecipino ad attività sociali e politiche senza chieder loro adesione a modelli predefiniti, ed anzi valorizzarle per quello che possono esprimere, è un cambio di passo fondamentale che coloro che hanno a cuore la vita sociale, culturale e politica della comunità lgbt (in altre parole la stessa costruzione della comunità ) non possono non compiere: la comunità, infatti, vive quando è libera, e quando ciascuno di coloro che ne è chiamato a far parte riesce ad esprimere se stesso nei modi e nei tempi che ritiene più naturali. Il modello militante che noi incarniamo non è ne l’unico né il migliore, né tantomeno lo deve diventare.
E’ così che si crea quell’humus entro il quale nasceranno (magari son già nati) i nuovi leader del movimento. Coloro che sono da più anni sulla cresta dell’onda devono sentire questa responsabilità: lasciar crescere e responsabilizzare forze nuove. Quello che noi possiamo fare (perché l’esperienza conta, eccome se conta…) è di cercare il Lambda Factor che è in loro, quell’elemento in più, difficile da definire, che trasforma una persona da sensibile politicamente e socialmente, a leader. Siamo capaci di vederlo in Lambda Factor in coloro che ci stanno a fianco?
Enzo Cucco
http://gayindependent.blogspot.com/
PS: Lambda è una lettera dell’alfabeto greco, iniziale di un verbo che significa liberare, liberarsi, sciogliere. Non a caso il movimento degli anni ‘70 ha scelto questa lettera come uno dei suoi simboli: liberarsi dalle catene che la società ci ha imposto, ma soprattutto liberarsi dalle nostre catene interiori, figlie dei sensi di colpa, dell’autocensura e del nascondimento a cui spesso ci autocondanniamo.
martedì 19 maggio 2009
Perché il Torino Pride 2009 è stato un successo
Vi propongo quindi alcune riflessioni, e vi prego di leggerle anche alla luce della nostra situazione nazionale: magari possono essere utili anche per questa.
Un successo niente affatto स्कोंतातो
Il successo del Torino Pride 2009 non era scontato: zero soldi; pochissime inziative precedenti la settimana clou (utilissime per l’effetto trascinamento); un coordinamento organizzativo semi nuovo nella sua composizione rispetto a quello del Torino Pride 2006, che ha avuto meno tempo per armonizzare i diversi stili (in alcuni casi anche le diverse visioni) che sono presenti al suo interno; praticamente zero la risonanza sui media, e non per colpa del coordinamento bensì per mancanza di risonanza polemica dell’evento.
Cosa ha funzionato quindi?
Il coordinamento
A un certo punto è scattato anche col nuovo coordinamento quel fattore indefinibile che, facendoci mettere da parte incomprensioni e malumori, ha concentrato lo sforzo di tutti sull’obiettivo da raggiungere. Non c’è stato nessun miracolo particolare, ma solo il senso di responsabilità di donne, uomini e trans di buona volontà, che hanno saputo fare il necessario passo indietro quando è stato il momento di farlo.
Il passa parola
Ha funzionato, e questa volta per davvero, il passa parola, sia individuale che attraverso i social network. Io non ci credo assolutamente che i rari pezzi apparsi sui quotidiani (nessuna notizia al TGRai e pochissimi passaggi sulel private, tranne i pezzi della giornata di manifestazione) abbiano portato in piazza le 50.000 persone che abbiamo visto. E su questo elemento si deve lavorare molto nel futuro.
Le novità
Ci sono state alcune piccole ma significative novità: la proposta di una iniziativa specifica all’Università, che si appoggia su un nuovo pimpante gruppo appena nato; l’appello rivolto alle comunità etniche presenti in Città, scritto nella loro lingua; l’adesione ufficiale della FIOM e la partecipazione di una delegazione nostra alla loro manifestazione e viceversa; l’accoglimento da parte della Presidente della Regione, del Presidente del Consiglio, di un Assessore, del capogruppo di opposizione e di molti altri consiglieri ad un dibattito sulla legge contro tutte le discriminazioni ferma in Consiglio regionale (mi dite per favore in quali Regioni si mettono insieme tanti interlocutori istituzionali ad un appuntamento lgbt?) ed infine il Sindaco, che ha accolto la nostra richiesta di esporre la bandiera del movimento dal balcone di Palazzo Muncipale.
I numeri
Una breve riflessione sui numeri della manifestazione: le forze di polizia hanno dichiarato che a sfilare erano 10.000 e altrettanti ai lati. Chi ci è stato ha visto la lunghezza reale del corteo, e la quantità enorme di gente che ai due lati del percorso ha applaudito e sostenuto la manifestazione dal suo inizio in piazza Solferino fino in piazza del Municipio,. Fate voi i conti: nelle parti ove si andava più celermente c’erano 700/800 metri di corteo ininterrotto che ha occupato una sede stradale larga almeno 6/8 metri. Mentre quando siamo stati fermi un po - per il blocco del carro del coordinamento - il corteo andava da Via Pietro Micca ang Via Bertola fino a Piazza Solferino ininterrottamente. 50.000, quindi, è una cifra credibile. Vi prego di paragonarla con i 15.000 metalmeccanici della mattina (fonte sindacale, la polizia ha detto 8.000) ed ai 3.000 studenti della manifestazione di martedì 19 maggio contro il G8 delle Università. Forse che avremmo dovuto menarci, o menare qualcuno, per avere lo stesso spazio sui media?
Seminare produce frutti
Io credo che tutto questo sia conseguenza del grande investimento fatto con il Pride nazionale del 2006, che ha costruito, tra di noi e con la Città, quelle relazioni e quella credibilità che ci hanno consentito di organizzare una manifestazione di così ampio successo. Ma credo anche che molto si debba alla storia del movimento in questa Città, che dalla sua nascita col Fuori! nel 1971 fino alla costituzione del Servizio lgbt presso il Comune, ha saputo sempre individuare obiettivi concreti e coltivarli. Una storia che si rinnova anche profondamente se è vero, come è vero, che dal Pride 2006 nella nostra Regione sono nati ben 8 gruppi nuovi, di cui 5 in città e 3 nelle diverse province.
L’unica manifestazione laica di massa in Italia
E credo anche che i Pride siano diventati il luogo ove tutti coloro che hanno a cuore i diritti ed hanno in uggia i fondamentalismi, soprattutto della gerarchia cattolica, possano esprimersi. I Pride sono oggi, in Italia, le uniche manifestazioni laiche di massa, o sbaglio?
Torino, quindi, vive un ciclo positivo per quanto riguarda il rapporto tra la comunità lgbt, le Istituzioni e la Città intera. Come tutti i cicli è cresciuto per molte ragioni, tra le quali la storia del movimento ed una contingenza politica oggettivamente particolare sono tra i principali. Ma come tutti i cicli può declinare, per il venir meno dei fattori che lo hanno determinato, ed anche della sintonia con una parte della comunità cittadina e regionale che abbiamo costruito.
Ecco perché non possiamo andare in vacanza. Ecco perché si deve sfruttare il momento finchè è positivo, portando a casa il più alto numero possibile di obiettivi duraturi. Quegli obiettivi che, se cambiasse l’aria, sarebbe più difficile smontare.
Ah, dimenticavo, al Torino Pride 2009 hanno contribuito, secondo me, in modo determinante l’alto numero di nuovi volontari e volontarie che hanno risposto ai nostri appelli. Ma su questo dirò qualche cosa in più in un prossimo pezzo.
Enzo Cucco
http://gayindependent.blogspot.com/
giovedì 14 maggio 2009
I dispettosi
La mia impressione è che per il momento l’unico obiettivo raggiunto dai due protagonisti è quello di aver sparigliato (poco poco, per la verità….) gli schemi rigidi che i lettori di quotidiani hanno in testa, e che peraltro entrambi i contendenti nel passato hanno robustamente contribuito a creare: una destra compatta contro i gay ed i gay compatti nemici della destra.
Vi sono però altri due obiettivi, meno evidenti ma altrettanto significativi per le parti in causa, che bisogna segnalare: Fini ha fatto un dispettuccio alla Chiesa e alla stragrande maggioranza della sua parte politica, perché dietro alla formalità dell’incontro ed alla rigidità dei limiti imposti ai temi da trattare, è evidente che aprire sul fronte omosessuale significa smarcarsi sul tema dei diritti da una maggioranza sostanzialmente becera, o assente. Fini si candida ad essere leader di una ala liberal del centrodestra? Questa è una ottima notizia, vedremo che effetti concreti avrà sulle proposte che passeranno, o non passeranno, dal Parlamento.
Mancuso, presentatosi all’incontro con quella che ormai sembra accreditata come la sua corte fissa, qualche dispettuccio lo ha messo a segno anche lui. Come definire altrimenti un incontro ove hanno partecipato solo 4 organizzazioni italiane all’indomani di una conferenza stampa nazionale per presentare una campagna contro l’omofobia alla quale hanno aderito decine e decine di sigle, di certo non meno significative di quelle ospitate a Palazzo Montecitorio? Il tema dell’incontro con Fini e della conferenza stampa precedente non era quello della lotta all’omofobia e del sostegno lobbistico alla proposta di legge Concia-Bernardini-Beltrandi ed altri che giace in Commissione? Come non definire dispettuccio (questa volta contro se stessi) quello di accettare senza batter ciglio di poter parlare con il Presidente Fini solo di certi argomenti e non di altri? Come non definire dispettuccio quello di inventarsi il ridicolo argomento che l’Associazione radicale certi diritti è una organizzazione di partito per giustificare la sua assenza dalla delegazione?
Al netto, quindi, dei dispettucci che un tale episodio ha messo in luce, rimangono sul campo le due sfide, entrambe di un certo rilievo: ce la farà Fini a rappresentare un centro destra meno omofobo portando a casa qualche risultato concreto e non solo pacche sulle spalle? Ce la farà Mancuso a scrostare definitivamente da dosso all’ArciGay il collateralismo a sinistra dei due decenni passati, magari anche lavorando su quei tratti “dispettosi” della sua leadership (sua di Mancuso non dell’organizzazione che rappresenta)?
Nessuno se ne abbia a male se dico che la sfida certamente più significativa per le persone omosessuali e transessuali in questo Paese è quelal di Fini.
Su Mancuso aggiungerei un altro pensiero: io credo tutt’ora al messaggio che il Fuori! lanciò nel lontano 1974 scegliendo di federarsi al PR e chiedendo a tutti coloro che non condividevano questa scelta di entrare nei partiti perché solo cambiandoli da dentro (la loro cultura, le loro scelte politiche) nel nostro paese ci sarebbe stata una vera uguaglianza per le persone omosessuali e transessuali. I movimenti indipendenti dai partiti in Italia hanno sempre avuto vita molto breve ed affannata. Il modello che in Italia va alla grande è quello corporativo e collateralista, basta guardare alla storia delle organizzazioni sindacali e dei movimenti giovanili per capirlo. Mancuso dichiara ad ogni piè sospinto che il tempo del collateralismo è finito: stiamo entrando in quello del corporativismo?
Enzo Cucco
PS per gli amici delle associazioni GayLib, Agedo, Famiglie Arcobaleno: tutte le volte che vi sento parlare in pubblico sottolineate la necessità di unità del movimento. Perché non ricordarsi di queste belle frasi anche quando l’ArciGay vi invita ad incontri istituzionali con il Presidente della Camera?
sabato 14 giugno 2008
Brutte notizie dall’Irlanda
Bisogna ricordare che il Trattato di Lisbona è il compromesso raggiunto tra i paesi membri per sostituire la Costituzione europea bocciata dai referendum francese e olandese. Pur essendo un compromesso al ribasso su molte questioni anche fondamentali, il Trattato richiama esplicitamente (pur non integrandola come aveva fatto la Costituzione) la Carta dei diritti fondamentali del’Unione europea, che contiene i principi di uguaglianza e non discriminazione a cui in questi anni si è sempre fatto riferimento nelle iniziative italiane per le pari opportunità delle persone lgbt.
In Italia pare essere questo il problema più sentito: le Direttive Europee e le Risoluzioni del Parlamento non fanno paura più di tanto, soprattutto alla luce dei recenti risultati elettorali che hanno prodotto una maggioranza politica che ha più di un motivo per mantenere aperto il conflitto a con le Istituzioni comunitarie. Invece la possibilità che, facendo leva sul Trattato e la sua Carta dei diritti, si possano ottenere una condanna dell’Italia su materie “sensibili” (come per esempio il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto o il matrimonio tra persone dello stesso sesso) attraverso la magistratura ordinaria è molto più concreta, quindi pericolosa.
Ecco perché l’azione di affermazione civile promossa dall’Associazione radicale Certi Diritti di richiesta di pubblicazione della richiesta di contrarre matrimonio da parte di persone dello stesso sesso rivolta ai Comuni, è ancora più urgente e significativa.
Enzo Cucco
13 giugno 2008
lunedì 17 marzo 2008
Gay incazzati o gay arrapati?
Invece al di là delle polemiche sulle candidature, nessuno ha elaborato un messaggio chiaro e diretto alle persone omosessuali. Si certo, ci sono impegni importanti nei programmi della Sinistra Arcobaleno e dei Socialisti, e lo stesso Pd ha almeno fatto lo sforzo di ripetere sostanzialmente le stesse parole del precedente programma dell’Ulivo. Ma solo i socialisti hanno elaborato un vero e proprio messaggio pubblicitario diretto alle persone omosessuali.
Se vi è sfuggito lo potete vedere su www.partitosocialista.it : la campagna ha un titolo che e’ tutto un programma: “siamo incazzati”. Letto il titolo della campagna uno si aspetta immagini incazzate, o no? Invece dei cinque volti scelti per rappresentare i cinque temi d’incazzatura – e quindi immaginiamo a cinque categorie di persone che dovrebbero votare socialista - tre sono di persone perbene e rilassate che dovrebbero raffigurare operai, donne e precari incazzati, uno rappresenta gli anziani – oggettivamente il più incazzato dei cinque - mentre l’ultimo è un gay, che tutto appare tranne che incazzato. Anzi trattasi di un bonazzo con barbetta rossa e rada, occhi azzurri e labbra socchiuse che potrebbe benissimo apparire su una delle tante riviste erotiche che si pubblicano nel mondo.
Che c’è di male, direte voi? Bisogna catturare l’attenzione del target e convincerlo a votare. In fondo c’è chi vende le scarpe alle donne con pubblicità che mostrano femmine scosciate e mutande agli uomini con pubblicità che mostrano fustaccioni in slip gonfi.
Ma, pur sorvolando sul fatto che almeno la metà delle persone omosessuali in Italia sono donne (e forse incazzate anche loro, che ne dite?) rimane la sensazione di una certa superficialità nell’elaborare il messaggio pubblicitario e la strategia di marketing politico che si intravede dietro (sempre che una strategia ci sia).
Io non credo che vendere politica sia come vendere slip, e non per motivi etici intendiamo, ma perché ci vuole coerenza tra messaggio e immagine. Se veramente i socialisti pensano che i gay siano incazzati perché puntano sull’ammiccamento erotico per convincerli al voto? Ci immaginano tutti così arrapati e in preda ai nostri istinti sessuali da non saper resistere al bel visino sulla cartolina elettorale socialista?
Certo il sesso ci piace, ma non mi pare di ricordare alcuna campagna pubblicitaria elettorale veicolata sull’erotismo, per nessuna categoria di elettore. Proprio con noi si doveva cominciare?
Enzo Cucco
venerdì 18 gennaio 2008
I FURBETTI DEL VATICANO
Il discorso di Benedetto XVI è, al solito, straordinariamente lucido e utilissimo per comprendere cosa anima la chiesa cattolica oggi (visibile da almeno una quindicina d’anni, da quando cioè ha preso vita e si è diffuso quello che la CEI chiamò “Progetto culturale”, cioè una nuova presenza dei cattolici nella società moderna). La pacatezza degli argomenti esposti, ma soprattutto lo sguardo di lunga prospettiva che caratterizza questo pontificato sono i tratti salienti di un discorso che sia pur criticabile non è certo il ritorno della Santa Inquisizione, anzi …..
Avrebbe potuto dire qualcosa di diverso? Certo che no, anche perché al contrario di quanto pensa una bella banda di superficialoni italici la Chiesa attuale non è affatto la stessa di cento o duecento anni fa. Ma siccome si deve andare alla sostanza delle cose, oltre il fumo della polemica, non possiamo non affermare che il discorso del Papa non rappresentava (ripeto, non poteva essere diversamente) alcun attentato alla laicità o alla democrazia.
Contro la sostanza dei fatti si è srotolata sotto i nostri occhi una vera e propria sagra dell’ipocrisia, con da una parte un manipolo di cretini (la definizione è di Cacciari, e questa volta la condivido) che son tali non perchè protestano contro le parole del Papa, ma perché ne hanno chiesto la censura. Dall’altra la regia, magistralmente condotta, da parte della gerarchia cattolica, sia della polemica che del coupe du theatre di rinunciare alla presenza in Aula ed a quanto è seguito. Intendiamoci, io al posto di Benedetto XVI, pardon … diciamo del Cardinal Bertone, avrei deciso la stessa cosa, ovvero non avrei esposto il Papato non tanto all’aggressione, quanto alla possibilità di una contestazione palese del suo pensiero in una sede pubblica come l’Università nella Città più “Papalina” al mondo. Avrebbe sancito, questo si, lo stop ad una campagna di influenza sul pensiero scientifico e culturale moderno che questo Papato ha inaugurato in grande stile. Ma non si può negare che la scelta di lasciare il Papa ha casa ha avuto quello straordinario effetto di far passare lo stesso come la “vittima”. Abbiamo dovuto leggere articoli e frasi letteralmente deliranti sulla presunta censura che il pensiero cattolico subirebbe nel nostro paese, quando la realtà è completamente diversa (i dati del Centro di ascolto radicale son li’ a certificarlo). La bugia più palese l’abbiamo letta nei pezzi dei vaticanisti che riportavano unanimi una interpretazione della scelta vaticana: la gerarchia avrebbe scelto in questo senso perché i vertici istituzionali italiani avrebbero tardato a prendere posizione a favore del Papa alla Sapienza. Che faccia tosta a ar filtrare questo argomento: i nostri politici hanno fatto la gara a chi dichiarava per primo e in modo più veemente la propria solidarietà al Vaticano, sia da destra che da sinistra, a cominciare dal Presidente della Repubblica.
La prova del nove che dietro la scelta vaticana ci sia un occhio attento a dimensioni della presenza cattolica nel nostro paese che poco hanno di pastorale, è contenuta nelle parole di Ruini che chiama i cattolici in piazza domenica. Intendiamoci, oggi le agenzie hanno precisato che non si tratta di una chiamata politica, ma solo di un raduno di solidarietà (… e il naso si allunga ….) ma a prescindere dal fatto che mi sembra perlomeno esagerato manifestare solidarietà con chi appare sempre e quanto vuole sui media italiani (meravigliosa la vignetta di Altan su Repubblica ……) rimane questo uso distorto, parademocratico, della mobilitazione sociale e politica da parte della chiesa delle “sue truppe”. Ne abbiamo avuto un fulgido esempio per il referendum sulla legge della fecondazione assistita, con la campagna per l’astensione, così come la più recente campagna di “moratoria sull’aborto” che non so se definire più ipocrita o irresponsabile.
Certo non era questo l’obiettivo che il “manipolo di cretini” si prefissava, ma la realtà dei fatti è diversa, ed è sotto gli occhi di tutti: una straordinaria opportunità per la gerarchia cattolica di “provare” la minorità, l’emarginazione, e infondere maggiore forza in quanti lavorano per una presenza più cogente dei valori cattolici nel nostro paese.
Infine abbiamo osservato l’ennesima indecorosa sarabanda dei politici italiani su questa materia: il meglio lo ha dato la Signora Mastella che ha dichiarato che lei e suo marito (e il loro partito) sono sotto inchiesta perché “cattolici” (sic!”) e che l’unica cosa che vorrebbe veramente fare pur essendo agli arresti domiciliari è quella di essere domenica in piazza all’Angelus (doppio sic!). Non posso che ammirare la straordinaria coerenza dei Mastella che (come sempre, anche in questo frangente) son trasparenti nella loro dimensione sfacciatamente strumentale nel brandire impropriamente l’arma della fede.
La chiesa cattolica ha ormai dimostrato un uso intelligente, a volte anche aggressivo, delle più spregiudicate strategie di comunicazione per imporre la propria agenda di priorità nel discorso pubblico. Una chiesa moderna, che conosce a fondo i meccanismi della nostra società e li usa in modo spregiudicato: sarà forse la mia deformazione professionale a dare così tanta importanza agli aspetti comunicativi della convivenza nella nostra società, ma vorrei che qualcuno mi spiegasse se sia concretamente possibile prescindere da questi aspetti e non domandarsi, noi per primi, se i fini giustificano i mezzi. E’ sufficiente predicare Cristo per giustificare le bugie?
Enzo Cucco
17 gennaio 2008
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martedì 7 agosto 2007
Sgarbi vs Veltroni
Il caso ha voluto che negli stessi giorni in cui Sgarbi avviava la tragicomica vicenda della Mostra milanese su arte e omosessualità, Veltroni dedicava una piazza di Roma a Paolo Seganti, gay ucciso da uno sconosciuto in un giardinetto della capitale.
La seconda notizia è apparsa sulle cronache romane e su qualche sito, mentre la prima ci ha tenuto compagnia (si fa per dire….) per molti giorni e su molte testate quotidiane e televisive. La differenza di visibilità è nota: in generale “valgono” molto di più le notizie negative di quelle positive, e non c’è molto di cui stupirsi visto che è così da sempre e per tutto. Ma credo che valga la pena di soffermarsi un poco sul significato delle due iniziative - anzi le definirei “azioni sceniche” - e su quanto esse semplifichino meglio di tanti saggi la differenza di approccio all’omosessualità tra destra e sinistra in Italia oggi. Di una certa sinistra e di una certa destra, ma questa è un’altra storia…
La mostra milanese è stato il tentativo di Sgarbi di riconciliare la destra con la contemporaneità della realtà gay, ovvero quello che il mainstreaming comunicativo in cui siamo immersi ritiene essere la contemporaneità. Nel mondo occidentale di oggi la connessione tra arte, omosessualità e moda è uno dei più potenti luoghi comuni – nel senso etimologico del termine – che traspare, indiscusso, dalle riviste di settore come dalle iniziative culturali. Come poteva l’Assessore alla cultura della capitale della moda e del design italiano non tener conto di questa realtà? Per una città che si confronta tutti i giorni con Londra, Parigi, Berlino e Madrid il divario tra la presenza pubblica degli omosessuali in quelle città e Milano è quasi drammatico. Ed è da questo angolo visuale che si può comprendere il tentativo dell’Assessore meneghino di organizzare la Mostra “Vade Retro” o come diavolo l’hanno infine intitolata. Certo possiamo discutere se fosse quello il metodo migliore per compiere questo tentativo (io personalmente ho dei fieri dubbi….), così come mi sembra che la carica provocatoria dell’iniziativa, pur negata, sia stata ampiamente esibita fin dall’anteprima della mostra stessa, con tutto quello sfarfallio di drag queen e giovanotti seminudi. Ma questo non toglie che, a modo suo, Sgarbi ha colto un aspetto della realtà molto evidente a chi si occupa di cultura e comunicazione: per la destra italiana gli omosessuali non esistono, semplicemente, ed ogni volta che appaiono nel dibattito pubblico devono essere ricondotti ai tre o quattro stereotipi noti. Perché se esistessero, ovvero se li si potesse osservare senza le lenti deformanti del pregiudizio etico delle gerarchie religiose (ahimè non solo di quella cattolica) ci si accorgerebbe che sono persone normali, a cui sono negati alcuni diritti in nome di un visione etica dello stato.
Veltroni ha compiuto una “azione scenica” di segno diverso: il significato del gesto è di notevole rilievo sociale. Scegliere di intitolare ad una persona omosessuale uccisa da ignoti la piazza del parco dove egli è stato ucciso significa schierare le istituzioni, e se stessi, in modo netto contro la violenza omofoba. Veltroni non si è nascosto dietro al dito del “se l’è cercata…” ed ha preso posizione, in modo netto, contro questa violenza. Ma, e qui sta il limite di questa iniziativa, nel 2007 in Italia non ci si può più accontentare della compassione. La violenza contro le persone omosessuali la si combatte anche su altri terreni, non solo quello dei gesti simbolici, per quanto grande possa essere il loro valore comunicativo. E soprattutto è necessario prendere posizione in modo netto contro chi ritiene che gli omosessuali siano cittadini di serie B e contro chi pensa che discutere di diritti nel nostro Paese significa far vincere la destra: non è forse questo che pensa, infatti, la maggioranza della classe dirigente di sinistra? Non è forse sulla base di questo timore – quindi di scontentare la gerarchia cattolica - che la sinistra italiana ha mancato le sue due occasioni per colmare i divario tra Italia e resto d’Europa in materia di diritti (non solo delle persone omosessuali) ? Ci son state ben due legislature, la presente e la XIII (9 maggio 96 – 9 marzo 2001) ma nulla di concreto è accaduto. E’ come se la sinistra facesse finta che le persone omosessuali esistano, riconoscendo loro la compassione nel momento del dolore e della persecuzione, ma nulla nel momento dell’affermazione positiva dei diritti.
Questo è il punto di congiunzione tra l’”azione scenica” di Sgarbi e quella di Veltroni: entrambe partono dalla constatazione che la questione omosessuale oggi è centrale nel discorso pubblico del Paese, e cercano di offrire risposte positive, che favoriscano la crescita del paese stesso su questo tema (lo “sdoganamento” dell’omosessualità per la destra italiana e la “lotta attiva” contro l’omofobia per le istituzioni pubbliche) ma entrambe le azioni rischiano di essere solo celebrazioni di se stesse e di chi le ha concepite e messe in scena se non sono accompagnate dall’azione concreta.
In altre parole: Sgarbi è pur sempre Assessore di una grande metropoli. Dobbiamo accontentarci della sua azione scenica o possiamo e dobbiamo chiedergli qualcosa di più? Veltroni è pur sempre uno dei principali leader del centro sinistra: basta il suo gesto compassionevole, per quanto importante sia?
Entrambi gli atteggiamenti non mi paiono all’altezza della realtà italiana. Che invece ha bisogno di decisioni nette, sulla questione omosessuale così come su molte altre questioni che ingessano la nostra società.
Enzo Cucco