NOTE SUL PRIDE 2026
Faremmo male se non prendessimo in considerazione seria quanto accade al Pride di Roma, e questo per tanti motivi, alcuni dei quali si devono ricordare:
Roma è la capitale di Italia ed i suoi Pride sono sempre stati molto partecipati (lasciamo stare la questione dei numeri, non è il caso né il luogo);
quanto sta accadendo con il divieto a Keshet di sfilare coi il proprio carro non è un caso isolato bensì la fine di un percorso lungo almeno una decina di anni, forse più, di esclusioni intolleranze, contestazioni, vissuti sempre come casi estemporanei e limitati che oggi potrebbero essere legati da un filo. E non solo contro Keshet o gli/le ebree ma anche nei contronti di alcuni gruppi di centro destra ed anche non schierati politicamente;
con oggi si affaccia ufficialmente il tema della violenza nei Pride, ed anche qui esempi isolati ce ne sono stati incrinando il mito dei Pride come massimo esempio privo di esclusioni e non violenti. Violenza che è anche intolleranza, sputi, parolacce ...
Detto questo trovo molto saggio da parte di Vanni Piccolo e Andrea Pini l’intervento che, al di là del merito, invoca dialogo e discussione anche tra parti contrapposte, soprattutto per un evento come questo che, si deve sempre ricordare, i gruppi che guardavano a sinistra considerava come espressione di una borghese e troppo amerikana (con la kappa) quando si sono sviluppati anche in Italia, a Torino nel triennio1979-1981, cambiando di segno negli anni ‘90 del secolo scorso.
Ma andiamo in ordine: i fatti.
E’ assolutamente da rimandare al mittente, e nessuno ne a Keshet che tra i firmatari della lettera al Sindaco lo ha mai scritto né pensato, la tesi per cui il Comitato organizzatore abbia deciso per l’esclusione delle persone ebree dal corteo. Mai. Invece si evita di affrontare il tema centrale di tutto quanto quello che e‘ accaduto, ovvero il tema della sicurezza. Ed anche per questo bisogna guardare al passato: solo l’anno scorso sia a Napoli che a Roma ci sono state brutte parole e brutti gesti nei confronti delle persone che sventolavano bandiere arcobaleno con Stella di David, che solo per alcuni interventi della polizia o dei servizi di ordine non si sono trasformate in vere e proprie aggressioni. Dal Pride di Roma il carro è dovuto uscire ed a Napoli è stata proprio la Questura a consigliare un carro per Keshet per garantire meglio la loro incolumità. E probabilmente situazioni di tensione, spintoni, sputi e parolacce si sono verificati anche in altri Pride. Mi dispiace ammetterlo ma è ora che i Gruppi lgbti aprano gli occhi e non sottovalutino gli episodi di aggressione e violenza, anche verbale, che provengono da una minoranza intollerante, ma che influenza una fascia più ampia che magari condanna la violenza ma sostiene tesi insostenibili ed esse stesse violente. Quindi spero che le persone, un po' ironicamente e con qualche sorriso di sufficienza, la smettano di usare questo argomento (il Comitato non ha mai negato la presenza agli ebrei) e prendano atto della realtà che dopo anni di sottovalutazione deve essere affrontata e i servizi d’ordine che creiamo non servono. Del resto tutta la sinistra da anni ha dovuto rispondere alle frange violente nelle manifestazioni del 1 maggio, per esempio, e di certo i servizi d’ordine del sindacato non andavano per il sottile.
La sensazione che scorre come un fiume carsico nelle parole pronunciate tra chi vive queste vicende è che la pressione fatta dai gruppi che sostengono tesi simili (propal, antagonisti e non so bene come altro definirli) è tale per cui si cede cercando mediazioni che cercano di non far innervosire nessuno e salvare la faccia. Se è vera questa ipotesi, anche solo parzialmente, la situazione è più seria di quanto appaia, perché la decisione dei Pride (tutti) sembra più figlia della paura che non della pacifica conduzione dell’evento.
L’altro tema centrale è l’accusa che il Comitato ha fatto a Keshet di non aver voluto firmare il documento politico, e qui bisogna distinguere tra argomenti formali e di merito.
Argomenti formali:
chi ha deciso chi fa parte del Comitato organizzatore e secondo quali regole.
chi ha deciso che non firmare il documento politico significa non partecipare con il proprio carro.
se a tutti i soggetti e le istituzioni che hanno deciso di partecipare con carro e magari con proprio intervento finale dal palco, è stato sottoposto alla firma il documento e chi ha detto no e chi si.
Spero non pensiate anche voi che si tratta di baggianate: non è così, e lo è proprio dai tempi della rinascita dei Pride in Italia, anni 90, perché le discussioni che sono sorte su e intorno ad essi ne è la dimostrazione più lampante. Proprio perché si tratta di una manifestazione privata, cioè proposta da un cartello di associazioni, e politica ha bisogno di regole chiare, sulle quali ognuno possa partecipare con cognizione di causa.
Nel merito invece la questione è assai seria: come è possibile che si chieda ad italiani di religione ebraica di sottoscrivere un documento politico che parla di questioni CHE NON HANNO ALCUNA ATTINENZA alla realtà delle persone lgbti di quei paesi? Perchè non si chiede ai cittadini di religione protestante di prendere le distanze, pubblicamente, con quei paesi in cui proprio esponenti della propria religione sono fautori di omofobia? E cattolici? E ortodossi? O se vogliamo allargarci ai temi di democrazia come non vedere le posizioni assolutamente antidemocratiche assunte da paesi come la Russia, la Cina, il Pakistan, una valanga di Paesi africani, e gli stessi USA? O i paesi sudamericani dove la violenza nei confronti delle persone trans è drammatica? Avrebbe senso chiedere ai cittadini residenti in quei paesi di firmare un documento di dissociazione con le politiche del loro Governo?
E per favore fate attenzione ad usare l’argomento della gravità dei fatti accaduti e che stanno accadendo in Israele: in altri Stati è accaduto anche molto di più e molto peggio.
Quindi per favore non ripetete il mantra che il Pride è una manifestazione politica: lo sapevamo da prima che molti di voi nascessero, perché rivendicare il diritto alla visibilità ed alla piena cittadinanza di cittadine e cittadini lgbtiq+ è un obiettivo politico, superpolitico. Ed è, o dovrebbe essere, il centro delle rivendicazioni.
Le radici di tutto ciò
E qui arriviamo a considerazioni che sembra non siano in relazione a quanto è successo, e invece, secondo me, ne sono la matrice: il combinato disposto tra cultura queer (del tutto fraintesa) e intersezione (applicata male e capita peggio) ha fatto si che si allargasse il perimetro identitario che sta alla base di questa e di altre manifestazioni, per cui sono tali “solo” se partecipate da simili. O partecipate con visibilità (cioè coi carri) per cui non basta essere lgbtiq+ per poter godere di questo privilegio, ma bisogna anche essere contro le politiche del governo di Israele …. a no..., ops! Solo per questo governo si sono alzate le barricate, per tutti gli altri autenticamente e profondamente antidemocratici e omofobi (le due cose viaggiano spesso insieme) non vale.
Da sempre la necessità dei Pride di avere un documento politico era quella di avere una base di rivendicazioni condivise che smussasse un po' il carattere festaiolo delle manifestazioni, un valido sostituto italiano delle Love Parade europee. Con questa ambiguità di fondo per cui benvenuta la festa iperpartecipata (è questa è stata la vera genialata dei Pride) a condizione che ci sia una copertina politica. Chi mi segue sa che son stato sempre freddo, se non ostile a quei documenti sfornati dai Pride come lunghe litanie anche fantasiose: vi ricordate un passo di un’opera famosa che faceva “Madamine, il catalogo è questo ….”: ecco appunto. Ma questo catalogo col tempo si è trasformato in un documento generale vero e proprio che ha reso proprie di un certo mondo lgbtiq+ alcuni temi che nulla hanno a che fare con la vita delle persone lgbtqi+ in quanto tali. E chi risponde a questa domanda con la solita solfa di”tu non capisci l’importanza di questo e di quello per rendere veramente libera la vita delle persone lgbtiq+ nel proprio paese” io rispondo che voi non capite la complessità della vita e delle identità, facendo un unico mazzo di tutto, ma escludendo molti e molte.
Qui tocchiamo un testo molto importante che procurerà ed ha già procurato molte conseguenze: vedasi Bologna dove si è chiesto a Polis aperta di non partecipare, o ad altri Pride dove gruppi che si richiamano a culture liberali o di destra o non possono partecipare o sono guardate a vista. Contro, per esempio, la quasi totalità dei Paesi europei ed americani dove i gruppi ad orientamento di destra trovano spazio.
Si dovrebbe ragionare a voce alta di questi temi (identità, democrazia, visibilità, ecc) perché oltre le trombonate di vecchi e giovani c’è la realtà vissuta e le specifiche situazioni nazionali, addirittura locali, che si vivono.
La cosa davvero grave che è successa e sta succedendo, è che diverse posizioni politiche CHE NON SIANO CONTRARIE ALLA VITA PERSONE LGBTIQ+ possono benissimo convivere in manifestazioni come il Pride. Ma c’è chi pensa di voler uniformare tutto. E leggendo i vari documenti politici dei Pride italiani sono delle vere e proprie piattaforme di una certa sinistra, mando di tutta la sinistra.
Soluzioni?
Per la situazione creatasi a Roma ne vedo alcune, a condizione che si scelga di non vivere le mediazioni come sconfitte e trovare “accomodamenti ragionevoli” per tutti e tutte (formula usatissima). Detto questo io vedo due strade: o una istituzione estranea all’organizzazione (Il Comune? La Questura?) pone in evidenza il tema della sicurezza e chiede (non impone) al Comitato organizzatore di riconsiderare la decisione. Oppure un carro che già partecipa (e quindi ha firmato, se ho capito bene) ospita gli ebrei e le ebree che vogliono partecipare con le proprie bandiere e i propri slogan. Ma per entrambe queste possibilità vedo anche i motivi per contestarle: da una parte le voci di chi considera l’intervento di altre istituzioni sull’organizzazione del Pride come una fastidiosa invasione di campo, dimenticando che quando si parla di sicurezza esse hanno responsabilità precise (soprattutto la Questura). Dall’altra l’oggettiva difficoltà a trovare un carro che abbia firmato il documento politico e che accetti di ospitare bandiere ebree. Difficile ma non impossibile, soprattutto per quelle realtà prettamente o interamente commerciali.
Difficile, lo so, trovare una soluzione alla realtà creatasi, ma necessaria la buona volontà di tutte le parti in gioco, e l’assenza della paura.
Per il secondo motivo, quello più profondo, vedo la divaricazione sempre più marcata di natura politica tra i gruppi e francamente non vedo soluzione. Sono tra quelli che non rimpiangono il tempo che passa, che ritiene che sia fisiologico che i gruppi lgbtqi+ si siano evoluti in temi e modalità di pratiche in questi più che 60 anni di storia e che questa evoluzione, o involuzione se credete, sia fisiologica e connaturata all’evolversi della società. O forse pensate che la Giornata delle Donne o quella dei Lavoratori siano rimaste uguali a 100 anni fa? La strada che vedo per il futuro è quella diversificazione dei Pride e/o dei gruppi, così come sta accadendo in alcune città italiane che stanno facendo da apripista. La vera unità che si deve ricercare è quella sugli obiettivi da perseguire, uno per volta e tutti rivolti a coprire il gap di eguaglianza tra cittadini esistente in questo Paese, e non quello dell’unità delle identità. Ve lo ricordate quanto fu determinante l’unità delle Associazioni per l’approvazione della Legge sulle Unioni civili, al di là del giudizio su di essa? Ecco, io preferirei unità su obiettivi e non unità su identità, o in altre parole radicali l’unità laica delle forze e non l’unità delle forze laiche.
Enzo Cucco
6.6.2026

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