sabato 20 giugno 2026

Torino Pride 2006

 

Il 17 giugno 2006 si svolse il Torino Pride 2006, uno degli ultimi nazionali confermato da una riunione romana credo dell’anno precedente. E il Coordinamento To Pride, che è figlio di quell’evento ne ha ricordato lo scorso 6 giugno i 20 anni.

Torno quindi sull’argomento perché credo sia necessario ricordare alcune cose che lo resero indimenticabile per chi lo visse come me, e pietra miliare per i gruppi lgbti+ torinesi e credo per la Città intera.

L’idea iniziale fu di Vito Pompilio e Marco Jouvenal (Vito credo non abiti più a Torino e Marco è morto poco tempo fa) che mi chiamarono per parlarmene nella primavera del 2004: ero scettico, molto dubbioso. A Torino Pride per strada non c’erano più stati dal 1979 quando per tre anni furono organizzati dal FUORI! E credevo che la concomitanza con le Olimpiadi invernali avrebbe penalizzato la nostra iniziativa, oltre al fatto che le elezioni regionali del 2005 e quelle comunali del maggio 2006 avrebbero amplificato tensioni e polemiche. In realtà mi bastarono pochi giorni per cambiare idea: un confronto con Enzo Francone mi convinse che queste realtà potevano diventare volani per l’iniziativa. E così fu.

Le riunioni si allargarono praticamente da subito con tutte le associazioni lgbti del territorio e si arrivo il 2 gennaio 2005 alla fondazione del Comitato Torino Pride: firmarono l’Atto di costituzione Elio BRESSO, Vincenzo CUCCO, Marco Anselmo JOUVENAL, Luigi MALARODA, Giovanni MINERBA, Vito POMPILIO. Vito fu il primo coordinatore ma si avvicendarono altri e altre fino al sottoscritto che ne è stato l’ultimo fino alla costituzione del Coordinamento il 21 ottobre 2008. Questa periodo è frutto di una delle caratteristiche del Pride, che non fu affatto solo una manifestazione di piazza, per quanto importantissima, ma una sequenza di iniziative che coprirono un periodo molto ampio, perlomeno 2 anni.

Quella esperienza è irripetibile, per molti motivi: sostegno di Comune, Provincia e Regione, anche economico (in allegato il volantino di Wellcome che fu sottoscritto dagli allora Presidenti), adesione di associazioni ed enti che tra soci e aderenti raccolse il sostegno e la partecipazione di un numero impressionante di soggetti (anche questo in allegato), risorse economiche che furono sufficienti per organizzare corsi, convegni, mostre, concerti, ecc per più di due anni. Tutte cose difficilmente ripetibili oggi in una qualsiasi città italiana. E voglio sottolineare i fattori che furono centrali per il grande successo che ottenemmo:

1. l’aria “da Olimpiadi” che si respirava in Città. Chi ha vissuto quell’anno ricorda perfettamente che tutta la Città è stata letteralmente mobilitata ed ogni iniziativa pubblica vedeva la partecipazione di decine di migliaia di persone. Sempre. Fu come un risveglio improvviso e totale che coinvolse la città intera e che si allungava a tutte le manifestazioni che in essa si realizzarono;

2. le polemiche, molte, che occuparono le cronache locali e nazionali dei quotidiani e che ebbero come effetto quello di trasformare il Pride in un evento della società intera. Potrebbe stupire, per esempio, che il Sindaco di allora non era concorde e cercava di fare sponda con i suoi consiglieri contrari e ciarlieri (le dichiarazioni ai media si moltiplicavano ogni giorno che ci avvicinavamo ad elezioni);

3. la sostanziale unità di intenti di tutte le associazioni lgbti+ coinvolte nell’organizzazione. Che non fu un miracolo, ma la costruzione giorno dopo giorno, di una concentrazione specifica su obiettivi comuni e che (dobbiamo ricordarlo) fece nascere e/o rinsaldare amicizie vecchie e nuove basate sulla crescita personale che ognuno di coloro che fecero anche un pezzettino di strada con noi ha realizzato. Son tante, infatti, le cose che abbiamo imparato tutti e tutte, cammin facendo. Per esempio chiamarlo Pride, e non Gay Pride come fino ad allora era stato nominato.

4. l’accordo siglato con Regione, Provincia e Comune di trasferire tre dipendenti presso un ufficio dedicato esclusivamente al Pride ed alle sue iniziative, fornito dalla Regione con tanto di telefono, fax, fotocopiatrice e via enumerando. Il terzetto era composto dal sottoscritto, da Roberta Padovano e Maria Grazia Calligaris che per un anno (forse di più) furono il fulcro logistico organizzativo di tutto il Pride;

5. la creazione di una immagine totalmente fuori dagli schemi classici dell’iconografia del movimento, rappresentata dal logo allegato, che fu molto criticato all’inizio (ma mooooolto criticato, inutile fare nomi …) e che ebbe un grandissimo successo. Grazie al lavoro di un gruppo creativo che si chiama UNDESIGN con Michele Bortolami e Tommaso Delmastro e ricordiamo anche Dario Aschero che ci presentò il Gruppo ma poi si trasferì a Berlino, e Carlotta Petracci, anche lei andata via da Torino. Ci tengo a sottolineare che la loro collaborazione fu completamente gratuita, per un paio di anni, forse più;

6. la collaborazione, per noi gratuita, che ci fu con Istituzioni ed Enti culturali della Città (RAI Radio televisione Italiana, Università degli Studi di Torino, Torino Internazionale, Teatro Stabile, Teatro Regio, Teatro Nuovo, Teatro Baretti, Circolo dei Lettori, Gruppo Abele, Teatro Espace, Teatro Erba, Teatro Colosseo, Teatro Vittoria, Auditorium Giovanni Agnelli Lingotto, Sermig, Museo diffuso della Resistenza, Chiesa Valdese, Settembre Musica, Salone del Libro, ovviamente l’International gay and Lesbian Film Festival così si chiamava allora Lovers. I Sindacati confederali, ecc.) che ci consentirono di avere a Torino eventi che non ci saremmo mail sognati di avere.

7. la straordinaria partecipazione di centinaia di volontari e volontarie che hanno speso ore e soldi (e anche amori e relazioni) per costruire tutto quanto. Impossibile per me fare il nome di tutti e tutte, che peraltro se lo meriterebbero ma sappiate che siete stati davvero fantastici.


C’è poi la questione dei numeri: come sapete e come tutti gli esperti sanno, è praticamente impossibile calcolare il numero esatto di chi partecipò. Bisognerebbe mettersi lì almeno in due col contapersone ed i numeri che da la Polizia sono stime che si basano sulla superficie coperta dal corteo. Noi ci attestammo su un prudente 100.000 ma ricordo perfettamente che quando il corteo entrò in Piazza Vittorio la coda dello stesso con una serie di carri era ancora all’inizio di Via Cernaia. La questura disse 50.000 ma di certo non calcolò le decine di migliaia di persone che fecero ala al corteo dal suo inizio a Porta Susa fino alla fine in Piazza Vittorio; e la loro partecipazione fu entusiasta: non solo saluti, ma cartelli, striscioni, anche fiori, applausi a non finire.per strada e dai balconi. Come ho detto mille volte non sono un accanito difensore dell’importanza dei numeri e ho sempre considerato un po' infantile questo vezzo di aumentarli stratosfericamente: l’importanza di una manifestazione non è data solo dalla sua partecipazione, no? Ma il virus è duro a morire.

Solo due piccolissime contestazioni: la prima con un cartello esposto in Piazza Castello che inneggiava agli etero (boh?!?) e la seconda di uno sparutissimo gruppo di destra che tentò di entrare nel corteo all’inizio di Via Po ma fu contenuto alla grande dalla polizia presente.

Vale la pena, se avete voglia e tempo, di scorrere gli allegati che trovate sotto questo post: vi renderete conto meglio della quantità e della qualità delle iniziative. Non ripubblico foto perché ne trovate ancora centinaia in giro. Ma quel periodo è ben impresso nella memoria di tanti.Buon Pride, buon ventennale e buon Europride 2027.


Enzo Cucco

20.06.2026

sabato 6 giugno 2026

 


NOTE SUL PRIDE 2026


Faremmo male se non prendessimo in considerazione seria quanto accade al Pride di Roma, e questo per tanti motivi, alcuni dei quali si devono ricordare:


  • Roma è la capitale di Italia ed i suoi Pride sono sempre stati molto partecipati (lasciamo stare la questione dei numeri, non è il caso né il luogo);

  • quanto sta accadendo con il divieto a Keshet di sfilare coi il proprio carro non è un caso isolato bensì la fine di un percorso lungo almeno una decina di anni, forse più, di esclusioni intolleranze, contestazioni, vissuti sempre come casi estemporanei e limitati che oggi potrebbero essere legati da un filo. E non solo contro Keshet o gli/le ebree ma anche nei contronti di alcuni gruppi di centro destra ed anche non schierati politicamente;

  • con oggi si affaccia ufficialmente il tema della violenza nei Pride, ed anche qui esempi isolati ce ne sono stati incrinando il mito dei Pride come massimo esempio privo di esclusioni e non violenti. Violenza che è anche intolleranza, sputi, parolacce ...

Detto questo trovo molto saggio da parte di Vanni Piccolo e Andrea Pini l’intervento che, al di là del merito, invoca dialogo e discussione anche tra parti contrapposte, soprattutto per un evento come questo che, si deve sempre ricordare, i gruppi che guardavano a sinistra considerava come espressione di una borghese e troppo amerikana (con la kappa) quando si sono sviluppati anche in Italia, a Torino nel triennio1979-1981, cambiando di segno negli anni ‘90 del secolo scorso.

Ma andiamo in ordine: i fatti.

E’ assolutamente da rimandare al mittente, e nessuno ne a Keshet che tra i firmatari della lettera al Sindaco lo ha mai scritto né pensato, la tesi per cui il Comitato organizzatore abbia deciso per l’esclusione delle persone ebree dal corteo. Mai. Invece si evita di affrontare il tema centrale di tutto quanto quello che e‘ accaduto, ovvero il tema della sicurezza. Ed anche per questo bisogna guardare al passato: solo l’anno scorso sia a Napoli che a Roma ci sono state brutte parole e brutti gesti nei confronti delle persone che sventolavano bandiere arcobaleno con Stella di David, che solo per alcuni interventi della polizia o dei servizi di ordine non si sono trasformate in vere e proprie aggressioni. Dal Pride di Roma il carro è dovuto uscire ed a Napoli è stata proprio la Questura a consigliare un carro per Keshet per garantire meglio la loro incolumità. E probabilmente situazioni di tensione, spintoni, sputi e parolacce si sono verificati anche in altri Pride. Mi dispiace ammetterlo ma è ora che i Gruppi lgbti aprano gli occhi e non sottovalutino gli episodi di aggressione e violenza, anche verbale, che provengono da una minoranza intollerante, ma che influenza una fascia più ampia che magari condanna la violenza ma sostiene tesi insostenibili ed esse stesse violente. Quindi spero che le persone, un po' ironicamente e con qualche sorriso di sufficienza, la smettano di usare questo argomento (il Comitato non ha mai negato la presenza agli ebrei) e prendano atto della realtà che dopo anni di sottovalutazione deve essere affrontata e i servizi d’ordine che creiamo non servono. Del resto tutta la sinistra da anni ha dovuto rispondere alle frange violente nelle manifestazioni del 1 maggio, per esempio, e di certo i servizi d’ordine del sindacato non andavano per il sottile.

La sensazione che scorre come un fiume carsico nelle parole pronunciate tra chi vive queste vicende è che la pressione fatta dai gruppi che sostengono tesi simili (propal, antagonisti e non so bene come altro definirli) è tale per cui si cede cercando mediazioni che cercano di non far innervosire nessuno e salvare la faccia. Se è vera questa ipotesi, anche solo parzialmente, la situazione è più seria di quanto appaia, perché la decisione dei Pride (tutti) sembra più figlia della paura che non della pacifica conduzione dell’evento.

L’altro tema centrale è l’accusa che il Comitato ha fatto a Keshet di non aver voluto firmare il documento politico, e qui bisogna distinguere tra argomenti formali e di merito.

Argomenti formali:

  • chi ha deciso chi fa parte del Comitato organizzatore e secondo quali regole.

  • chi ha deciso che non firmare il documento politico significa non partecipare con il proprio carro.

  • se a tutti i soggetti e le istituzioni che hanno deciso di partecipare con carro e magari con proprio intervento finale dal palco, è stato sottoposto alla firma il documento e chi ha detto no e chi si.

Spero non pensiate anche voi che si tratta di baggianate: non è così, e lo è proprio dai tempi della rinascita dei Pride in Italia, anni 90, perché le discussioni che sono sorte su e intorno ad essi ne è la dimostrazione più lampante. Proprio perché si tratta di una manifestazione privata, cioè proposta da un cartello di associazioni, e politica ha bisogno di regole chiare, sulle quali ognuno possa partecipare con cognizione di causa.

Nel merito invece la questione è assai seria: come è possibile che si chieda ad italiani di religione ebraica di sottoscrivere un documento politico che parla di questioni CHE NON HANNO ALCUNA ATTINENZA alla realtà delle persone lgbti di quei paesi? Perchè non si chiede ai cittadini di religione protestante di prendere le distanze, pubblicamente, con quei paesi in cui proprio esponenti della propria religione sono fautori di omofobia? E cattolici? E ortodossi? O se vogliamo allargarci ai temi di democrazia come non vedere le posizioni assolutamente antidemocratiche assunte da paesi come la Russia, la Cina, il Pakistan, una valanga di Paesi africani, e gli stessi USA? O i paesi sudamericani dove la violenza nei confronti delle persone trans è drammatica? Avrebbe senso chiedere ai cittadini residenti in quei paesi di firmare un documento di dissociazione con le politiche del loro Governo?

E per favore fate attenzione ad usare l’argomento della gravità dei fatti accaduti e che stanno accadendo in Israele: in altri Stati è accaduto anche molto di più e molto peggio.

Quindi per favore non ripetete il mantra che il Pride è una manifestazione politica: lo sapevamo da prima che molti di voi nascessero, perché rivendicare il diritto alla visibilità ed alla piena cittadinanza di cittadine e cittadini lgbtiq+ è un obiettivo politico, superpolitico. Ed è, o dovrebbe essere, il centro delle rivendicazioni.

Le radici di tutto ciò

E qui arriviamo a considerazioni che sembra non siano in relazione a quanto è successo, e invece, secondo me, ne sono la matrice: il combinato disposto tra cultura queer (del tutto fraintesa) e intersezione (applicata male e capita peggio) ha fatto si che si allargasse il perimetro identitario che sta alla base di questa e di altre manifestazioni, per cui sono tali “solo” se partecipate da simili. O partecipate con visibilità (cioè coi carri) per cui non basta essere lgbtiq+ per poter godere di questo privilegio, ma bisogna anche essere contro le politiche del governo di Israele …. a no..., ops! Solo per questo governo si sono alzate le barricate, per tutti gli altri autenticamente e profondamente antidemocratici e omofobi (le due cose viaggiano spesso insieme) non vale.

Da sempre la necessità dei Pride di avere un documento politico era quella di avere una base di rivendicazioni condivise che smussasse un po' il carattere festaiolo delle manifestazioni, un valido sostituto italiano delle Love Parade europee. Con questa ambiguità di fondo per cui benvenuta la festa iperpartecipata (è questa è stata la vera genialata dei Pride) a condizione che ci sia una copertina politica. Chi mi segue sa che son stato sempre freddo, se non ostile a quei documenti sfornati dai Pride come lunghe litanie anche fantasiose: vi ricordate un passo di un’opera famosa che faceva “Madamine, il catalogo è questo ….”: ecco appunto. Ma questo catalogo col tempo si è trasformato in un documento generale vero e proprio che ha reso proprie di un certo mondo lgbtiq+ alcuni temi che nulla hanno a che fare con la vita delle persone lgbtqi+ in quanto tali. E chi risponde a questa domanda con la solita solfa di”tu non capisci l’importanza di questo e di quello per rendere veramente libera la vita delle persone lgbtiq+ nel proprio paese” io rispondo che voi non capite la complessità della vita e delle identità, facendo un unico mazzo di tutto, ma escludendo molti e molte.

Qui tocchiamo un testo molto importante che procurerà ed ha già procurato molte conseguenze: vedasi Bologna dove si è chiesto a Polis aperta di non partecipare, o ad altri Pride dove gruppi che si richiamano a culture liberali o di destra o non possono partecipare o sono guardate a vista. Contro, per esempio, la quasi totalità dei Paesi europei ed americani dove i gruppi ad orientamento di destra trovano spazio.

Si dovrebbe ragionare a voce alta di questi temi (identità, democrazia, visibilità, ecc) perché oltre le trombonate di vecchi e giovani c’è la realtà vissuta e le specifiche situazioni nazionali, addirittura locali, che si vivono.

La cosa davvero grave che è successa e sta succedendo, è che diverse posizioni politiche CHE NON SIANO CONTRARIE ALLA VITA PERSONE LGBTIQ+ possono benissimo convivere in manifestazioni come il Pride. Ma c’è chi pensa di voler uniformare tutto. E leggendo i vari documenti politici dei Pride italiani sono delle vere e proprie piattaforme di una certa sinistra, mando di tutta la sinistra.

Soluzioni?

Per la situazione creatasi a Roma ne vedo alcune, a condizione che si scelga di non vivere le mediazioni come sconfitte e trovare “accomodamenti ragionevoli” per tutti e tutte (formula usatissima). Detto questo io vedo due strade: o una istituzione estranea all’organizzazione (Il Comune? La Questura?) pone in evidenza il tema della sicurezza e chiede (non impone) al Comitato organizzatore di riconsiderare la decisione. Oppure un carro che già partecipa (e quindi ha firmato, se ho capito bene) ospita gli ebrei e le ebree che vogliono partecipare con le proprie bandiere e i propri slogan. Ma per entrambe queste possibilità vedo anche i motivi per contestarle: da una parte le voci di chi considera l’intervento di altre istituzioni sull’organizzazione del Pride come una fastidiosa invasione di campo, dimenticando che quando si parla di sicurezza esse hanno responsabilità precise (soprattutto la Questura). Dall’altra l’oggettiva difficoltà a trovare un carro che abbia firmato il documento politico e che accetti di ospitare bandiere ebree. Difficile ma non impossibile, soprattutto per quelle realtà prettamente o interamente commerciali.

Difficile, lo so, trovare una soluzione alla realtà creatasi, ma necessaria la buona volontà di tutte le parti in gioco, e l’assenza della paura.

Per il secondo motivo, quello più profondo, vedo la divaricazione sempre più marcata di natura politica tra i gruppi e francamente non vedo soluzione. Sono tra quelli che non rimpiangono il tempo che passa, che ritiene che sia fisiologico che i gruppi lgbtqi+ si siano evoluti in temi e modalità di pratiche in questi più che 60 anni di storia e che questa evoluzione, o involuzione se credete, sia fisiologica e connaturata all’evolversi della società. O forse pensate che la Giornata delle Donne o quella dei Lavoratori siano rimaste uguali a 100 anni fa? La strada che vedo per il futuro è quella diversificazione dei Pride e/o dei gruppi, così come sta accadendo in alcune città italiane che stanno facendo da apripista. La vera unità che si deve ricercare è quella sugli obiettivi da perseguire, uno per volta e tutti rivolti a coprire il gap di eguaglianza tra cittadini esistente in questo Paese, e non quello dell’unità delle identità. Ve lo ricordate quanto fu determinante l’unità delle Associazioni per l’approvazione della Legge sulle Unioni civili, al di là del giudizio su di essa? Ecco, io preferirei unità su obiettivi e non unità su identità, o in altre parole radicali l’unità laica delle forze e non l’unità delle forze laiche.

Enzo Cucco

6.6.2026