sabato 20 giugno 2026

Torino Pride 2006

 

Il 17 giugno 2006 si svolse il Torino Pride 2006, uno degli ultimi nazionali confermato da una riunione romana credo dell’anno precedente. E il Coordinamento To Pride, che è figlio di quell’evento ne ha ricordato lo scorso 6 giugno i 20 anni.

Torno quindi sull’argomento perché credo sia necessario ricordare alcune cose che lo resero indimenticabile per chi lo visse come me, e pietra miliare per i gruppi lgbti+ torinesi e credo per la Città intera.

L’idea iniziale fu di Vito Pompilio e Marco Jouvenal (Vito credo non abiti più a Torino e Marco è morto poco tempo fa) che mi chiamarono per parlarmene nella primavera del 2004: ero scettico, molto dubbioso. A Torino Pride per strada non c’erano più stati dal 1979 quando per tre anni furono organizzati dal FUORI! E credevo che la concomitanza con le Olimpiadi invernali avrebbe penalizzato la nostra iniziativa, oltre al fatto che le elezioni regionali del 2005 e quelle comunali del maggio 2006 avrebbero amplificato tensioni e polemiche. In realtà mi bastarono pochi giorni per cambiare idea: un confronto con Enzo Francone mi convinse che queste realtà potevano diventare volani per l’iniziativa. E così fu.

Le riunioni si allargarono praticamente da subito con tutte le associazioni lgbti del territorio e si arrivo il 2 gennaio 2005 alla fondazione del Comitato Torino Pride: firmarono l’Atto di costituzione Elio BRESSO, Vincenzo CUCCO, Marco Anselmo JOUVENAL, Luigi MALARODA, Giovanni MINERBA, Vito POMPILIO. Vito fu il primo coordinatore ma si avvicendarono altri e altre fino al sottoscritto che ne è stato l’ultimo fino alla costituzione del Coordinamento il 21 ottobre 2008. Questa periodo è frutto di una delle caratteristiche del Pride, che non fu affatto solo una manifestazione di piazza, per quanto importantissima, ma una sequenza di iniziative che coprirono un periodo molto ampio, perlomeno 2 anni.

Quella esperienza è irripetibile, per molti motivi: sostegno di Comune, Provincia e Regione, anche economico (in allegato il volantino di Wellcome che fu sottoscritto dagli allora Presidenti), adesione di associazioni ed enti che tra soci e aderenti raccolse il sostegno e la partecipazione di un numero impressionante di soggetti (anche questo in allegato), risorse economiche che furono sufficienti per organizzare corsi, convegni, mostre, concerti, ecc per più di due anni. Tutte cose difficilmente ripetibili oggi in una qualsiasi città italiana. E voglio sottolineare i fattori che furono centrali per il grande successo che ottenemmo:

1. l’aria “da Olimpiadi” che si respirava in Città. Chi ha vissuto quell’anno ricorda perfettamente che tutta la Città è stata letteralmente mobilitata ed ogni iniziativa pubblica vedeva la partecipazione di decine di migliaia di persone. Sempre. Fu come un risveglio improvviso e totale che coinvolse la città intera e che si allungava a tutte le manifestazioni che in essa si realizzarono;

2. le polemiche, molte, che occuparono le cronache locali e nazionali dei quotidiani e che ebbero come effetto quello di trasformare il Pride in un evento della società intera. Potrebbe stupire, per esempio, che il Sindaco di allora non era concorde e cercava di fare sponda con i suoi consiglieri contrari e ciarlieri (le dichiarazioni ai media si moltiplicavano ogni giorno che ci avvicinavamo ad elezioni);

3. la sostanziale unità di intenti di tutte le associazioni lgbti+ coinvolte nell’organizzazione. Che non fu un miracolo, ma la costruzione giorno dopo giorno, di una concentrazione specifica su obiettivi comuni e che (dobbiamo ricordarlo) fece nascere e/o rinsaldare amicizie vecchie e nuove basate sulla crescita personale che ognuno di coloro che fecero anche un pezzettino di strada con noi ha realizzato. Son tante, infatti, le cose che abbiamo imparato tutti e tutte, cammin facendo. Per esempio chiamarlo Pride, e non Gay Pride come fino ad allora era stato nominato.

4. l’accordo siglato con Regione, Provincia e Comune di trasferire tre dipendenti presso un ufficio dedicato esclusivamente al Pride ed alle sue iniziative, fornito dalla Regione con tanto di telefono, fax, fotocopiatrice e via enumerando. Il terzetto era composto dal sottoscritto, da Roberta Padovano e Maria Grazia Calligaris che per un anno (forse di più) furono il fulcro logistico organizzativo di tutto il Pride;

5. la creazione di una immagine totalmente fuori dagli schemi classici dell’iconografia del movimento, rappresentata dal logo allegato, che fu molto criticato all’inizio (ma mooooolto criticato, inutile fare nomi …) e che ebbe un grandissimo successo. Grazie al lavoro di un gruppo creativo che si chiama UNDESIGN con Michele Bortolami e Tommaso Delmastro e ricordiamo anche Dario Aschero che ci presentò il Gruppo ma poi si trasferì a Berlino, e Carlotta Petracci, anche lei andata via da Torino. Ci tengo a sottolineare che la loro collaborazione fu completamente gratuita, per un paio di anni, forse più;

6. la collaborazione, per noi gratuita, che ci fu con Istituzioni ed Enti culturali della Città (RAI Radio televisione Italiana, Università degli Studi di Torino, Torino Internazionale, Teatro Stabile, Teatro Regio, Teatro Nuovo, Teatro Baretti, Circolo dei Lettori, Gruppo Abele, Teatro Espace, Teatro Erba, Teatro Colosseo, Teatro Vittoria, Auditorium Giovanni Agnelli Lingotto, Sermig, Museo diffuso della Resistenza, Chiesa Valdese, Settembre Musica, Salone del Libro, ovviamente l’International gay and Lesbian Film Festival così si chiamava allora Lovers. I Sindacati confederali, ecc.) che ci consentirono di avere a Torino eventi che non ci saremmo mail sognati di avere.

7. la straordinaria partecipazione di centinaia di volontari e volontarie che hanno speso ore e soldi (e anche amori e relazioni) per costruire tutto quanto. Impossibile per me fare il nome di tutti e tutte, che peraltro se lo meriterebbero ma sappiate che siete stati davvero fantastici.


C’è poi la questione dei numeri: come sapete e come tutti gli esperti sanno, è praticamente impossibile calcolare il numero esatto di chi partecipò. Bisognerebbe mettersi lì almeno in due col contapersone ed i numeri che da la Polizia sono stime che si basano sulla superficie coperta dal corteo. Noi ci attestammo su un prudente 100.000 ma ricordo perfettamente che quando il corteo entrò in Piazza Vittorio la coda dello stesso con una serie di carri era ancora all’inizio di Via Cernaia. La questura disse 50.000 ma di certo non calcolò le decine di migliaia di persone che fecero ala al corteo dal suo inizio a Porta Susa fino alla fine in Piazza Vittorio; e la loro partecipazione fu entusiasta: non solo saluti, ma cartelli, striscioni, anche fiori, applausi a non finire.per strada e dai balconi. Come ho detto mille volte non sono un accanito difensore dell’importanza dei numeri e ho sempre considerato un po' infantile questo vezzo di aumentarli stratosfericamente: l’importanza di una manifestazione non è data solo dalla sua partecipazione, no? Ma il virus è duro a morire.

Solo due piccolissime contestazioni: la prima con un cartello esposto in Piazza Castello che inneggiava agli etero (boh?!?) e la seconda di uno sparutissimo gruppo di destra che tentò di entrare nel corteo all’inizio di Via Po ma fu contenuto alla grande dalla polizia presente.

Vale la pena, se avete voglia e tempo, di scorrere gli allegati che trovate sotto questo post: vi renderete conto meglio della quantità e della qualità delle iniziative. Non ripubblico foto perché ne trovate ancora centinaia in giro. Ma quel periodo è ben impresso nella memoria di tanti.Buon Pride, buon ventennale e buon Europride 2027.


Enzo Cucco

20.06.2026

sabato 6 giugno 2026

 


NOTE SUL PRIDE 2026


Faremmo male se non prendessimo in considerazione seria quanto accade al Pride di Roma, e questo per tanti motivi, alcuni dei quali si devono ricordare:


  • Roma è la capitale di Italia ed i suoi Pride sono sempre stati molto partecipati (lasciamo stare la questione dei numeri, non è il caso né il luogo);

  • quanto sta accadendo con il divieto a Keshet di sfilare coi il proprio carro non è un caso isolato bensì la fine di un percorso lungo almeno una decina di anni, forse più, di esclusioni intolleranze, contestazioni, vissuti sempre come casi estemporanei e limitati che oggi potrebbero essere legati da un filo. E non solo contro Keshet o gli/le ebree ma anche nei contronti di alcuni gruppi di centro destra ed anche non schierati politicamente;

  • con oggi si affaccia ufficialmente il tema della violenza nei Pride, ed anche qui esempi isolati ce ne sono stati incrinando il mito dei Pride come massimo esempio privo di esclusioni e non violenti. Violenza che è anche intolleranza, sputi, parolacce ...

Detto questo trovo molto saggio da parte di Vanni Piccolo e Andrea Pini l’intervento che, al di là del merito, invoca dialogo e discussione anche tra parti contrapposte, soprattutto per un evento come questo che, si deve sempre ricordare, i gruppi che guardavano a sinistra considerava come espressione di una borghese e troppo amerikana (con la kappa) quando si sono sviluppati anche in Italia, a Torino nel triennio1979-1981, cambiando di segno negli anni ‘90 del secolo scorso.

Ma andiamo in ordine: i fatti.

E’ assolutamente da rimandare al mittente, e nessuno ne a Keshet che tra i firmatari della lettera al Sindaco lo ha mai scritto né pensato, la tesi per cui il Comitato organizzatore abbia deciso per l’esclusione delle persone ebree dal corteo. Mai. Invece si evita di affrontare il tema centrale di tutto quanto quello che e‘ accaduto, ovvero il tema della sicurezza. Ed anche per questo bisogna guardare al passato: solo l’anno scorso sia a Napoli che a Roma ci sono state brutte parole e brutti gesti nei confronti delle persone che sventolavano bandiere arcobaleno con Stella di David, che solo per alcuni interventi della polizia o dei servizi di ordine non si sono trasformate in vere e proprie aggressioni. Dal Pride di Roma il carro è dovuto uscire ed a Napoli è stata proprio la Questura a consigliare un carro per Keshet per garantire meglio la loro incolumità. E probabilmente situazioni di tensione, spintoni, sputi e parolacce si sono verificati anche in altri Pride. Mi dispiace ammetterlo ma è ora che i Gruppi lgbti aprano gli occhi e non sottovalutino gli episodi di aggressione e violenza, anche verbale, che provengono da una minoranza intollerante, ma che influenza una fascia più ampia che magari condanna la violenza ma sostiene tesi insostenibili ed esse stesse violente. Quindi spero che le persone, un po' ironicamente e con qualche sorriso di sufficienza, la smettano di usare questo argomento (il Comitato non ha mai negato la presenza agli ebrei) e prendano atto della realtà che dopo anni di sottovalutazione deve essere affrontata e i servizi d’ordine che creiamo non servono. Del resto tutta la sinistra da anni ha dovuto rispondere alle frange violente nelle manifestazioni del 1 maggio, per esempio, e di certo i servizi d’ordine del sindacato non andavano per il sottile.

La sensazione che scorre come un fiume carsico nelle parole pronunciate tra chi vive queste vicende è che la pressione fatta dai gruppi che sostengono tesi simili (propal, antagonisti e non so bene come altro definirli) è tale per cui si cede cercando mediazioni che cercano di non far innervosire nessuno e salvare la faccia. Se è vera questa ipotesi, anche solo parzialmente, la situazione è più seria di quanto appaia, perché la decisione dei Pride (tutti) sembra più figlia della paura che non della pacifica conduzione dell’evento.

L’altro tema centrale è l’accusa che il Comitato ha fatto a Keshet di non aver voluto firmare il documento politico, e qui bisogna distinguere tra argomenti formali e di merito.

Argomenti formali:

  • chi ha deciso chi fa parte del Comitato organizzatore e secondo quali regole.

  • chi ha deciso che non firmare il documento politico significa non partecipare con il proprio carro.

  • se a tutti i soggetti e le istituzioni che hanno deciso di partecipare con carro e magari con proprio intervento finale dal palco, è stato sottoposto alla firma il documento e chi ha detto no e chi si.

Spero non pensiate anche voi che si tratta di baggianate: non è così, e lo è proprio dai tempi della rinascita dei Pride in Italia, anni 90, perché le discussioni che sono sorte su e intorno ad essi ne è la dimostrazione più lampante. Proprio perché si tratta di una manifestazione privata, cioè proposta da un cartello di associazioni, e politica ha bisogno di regole chiare, sulle quali ognuno possa partecipare con cognizione di causa.

Nel merito invece la questione è assai seria: come è possibile che si chieda ad italiani di religione ebraica di sottoscrivere un documento politico che parla di questioni CHE NON HANNO ALCUNA ATTINENZA alla realtà delle persone lgbti di quei paesi? Perchè non si chiede ai cittadini di religione protestante di prendere le distanze, pubblicamente, con quei paesi in cui proprio esponenti della propria religione sono fautori di omofobia? E cattolici? E ortodossi? O se vogliamo allargarci ai temi di democrazia come non vedere le posizioni assolutamente antidemocratiche assunte da paesi come la Russia, la Cina, il Pakistan, una valanga di Paesi africani, e gli stessi USA? O i paesi sudamericani dove la violenza nei confronti delle persone trans è drammatica? Avrebbe senso chiedere ai cittadini residenti in quei paesi di firmare un documento di dissociazione con le politiche del loro Governo?

E per favore fate attenzione ad usare l’argomento della gravità dei fatti accaduti e che stanno accadendo in Israele: in altri Stati è accaduto anche molto di più e molto peggio.

Quindi per favore non ripetete il mantra che il Pride è una manifestazione politica: lo sapevamo da prima che molti di voi nascessero, perché rivendicare il diritto alla visibilità ed alla piena cittadinanza di cittadine e cittadini lgbtiq+ è un obiettivo politico, superpolitico. Ed è, o dovrebbe essere, il centro delle rivendicazioni.

Le radici di tutto ciò

E qui arriviamo a considerazioni che sembra non siano in relazione a quanto è successo, e invece, secondo me, ne sono la matrice: il combinato disposto tra cultura queer (del tutto fraintesa) e intersezione (applicata male e capita peggio) ha fatto si che si allargasse il perimetro identitario che sta alla base di questa e di altre manifestazioni, per cui sono tali “solo” se partecipate da simili. O partecipate con visibilità (cioè coi carri) per cui non basta essere lgbtiq+ per poter godere di questo privilegio, ma bisogna anche essere contro le politiche del governo di Israele …. a no..., ops! Solo per questo governo si sono alzate le barricate, per tutti gli altri autenticamente e profondamente antidemocratici e omofobi (le due cose viaggiano spesso insieme) non vale.

Da sempre la necessità dei Pride di avere un documento politico era quella di avere una base di rivendicazioni condivise che smussasse un po' il carattere festaiolo delle manifestazioni, un valido sostituto italiano delle Love Parade europee. Con questa ambiguità di fondo per cui benvenuta la festa iperpartecipata (è questa è stata la vera genialata dei Pride) a condizione che ci sia una copertina politica. Chi mi segue sa che son stato sempre freddo, se non ostile a quei documenti sfornati dai Pride come lunghe litanie anche fantasiose: vi ricordate un passo di un’opera famosa che faceva “Madamine, il catalogo è questo ….”: ecco appunto. Ma questo catalogo col tempo si è trasformato in un documento generale vero e proprio che ha reso proprie di un certo mondo lgbtiq+ alcuni temi che nulla hanno a che fare con la vita delle persone lgbtqi+ in quanto tali. E chi risponde a questa domanda con la solita solfa di”tu non capisci l’importanza di questo e di quello per rendere veramente libera la vita delle persone lgbtiq+ nel proprio paese” io rispondo che voi non capite la complessità della vita e delle identità, facendo un unico mazzo di tutto, ma escludendo molti e molte.

Qui tocchiamo un testo molto importante che procurerà ed ha già procurato molte conseguenze: vedasi Bologna dove si è chiesto a Polis aperta di non partecipare, o ad altri Pride dove gruppi che si richiamano a culture liberali o di destra o non possono partecipare o sono guardate a vista. Contro, per esempio, la quasi totalità dei Paesi europei ed americani dove i gruppi ad orientamento di destra trovano spazio.

Si dovrebbe ragionare a voce alta di questi temi (identità, democrazia, visibilità, ecc) perché oltre le trombonate di vecchi e giovani c’è la realtà vissuta e le specifiche situazioni nazionali, addirittura locali, che si vivono.

La cosa davvero grave che è successa e sta succedendo, è che diverse posizioni politiche CHE NON SIANO CONTRARIE ALLA VITA PERSONE LGBTIQ+ possono benissimo convivere in manifestazioni come il Pride. Ma c’è chi pensa di voler uniformare tutto. E leggendo i vari documenti politici dei Pride italiani sono delle vere e proprie piattaforme di una certa sinistra, mando di tutta la sinistra.

Soluzioni?

Per la situazione creatasi a Roma ne vedo alcune, a condizione che si scelga di non vivere le mediazioni come sconfitte e trovare “accomodamenti ragionevoli” per tutti e tutte (formula usatissima). Detto questo io vedo due strade: o una istituzione estranea all’organizzazione (Il Comune? La Questura?) pone in evidenza il tema della sicurezza e chiede (non impone) al Comitato organizzatore di riconsiderare la decisione. Oppure un carro che già partecipa (e quindi ha firmato, se ho capito bene) ospita gli ebrei e le ebree che vogliono partecipare con le proprie bandiere e i propri slogan. Ma per entrambe queste possibilità vedo anche i motivi per contestarle: da una parte le voci di chi considera l’intervento di altre istituzioni sull’organizzazione del Pride come una fastidiosa invasione di campo, dimenticando che quando si parla di sicurezza esse hanno responsabilità precise (soprattutto la Questura). Dall’altra l’oggettiva difficoltà a trovare un carro che abbia firmato il documento politico e che accetti di ospitare bandiere ebree. Difficile ma non impossibile, soprattutto per quelle realtà prettamente o interamente commerciali.

Difficile, lo so, trovare una soluzione alla realtà creatasi, ma necessaria la buona volontà di tutte le parti in gioco, e l’assenza della paura.

Per il secondo motivo, quello più profondo, vedo la divaricazione sempre più marcata di natura politica tra i gruppi e francamente non vedo soluzione. Sono tra quelli che non rimpiangono il tempo che passa, che ritiene che sia fisiologico che i gruppi lgbtqi+ si siano evoluti in temi e modalità di pratiche in questi più che 60 anni di storia e che questa evoluzione, o involuzione se credete, sia fisiologica e connaturata all’evolversi della società. O forse pensate che la Giornata delle Donne o quella dei Lavoratori siano rimaste uguali a 100 anni fa? La strada che vedo per il futuro è quella diversificazione dei Pride e/o dei gruppi, così come sta accadendo in alcune città italiane che stanno facendo da apripista. La vera unità che si deve ricercare è quella sugli obiettivi da perseguire, uno per volta e tutti rivolti a coprire il gap di eguaglianza tra cittadini esistente in questo Paese, e non quello dell’unità delle identità. Ve lo ricordate quanto fu determinante l’unità delle Associazioni per l’approvazione della Legge sulle Unioni civili, al di là del giudizio su di essa? Ecco, io preferirei unità su obiettivi e non unità su identità, o in altre parole radicali l’unità laica delle forze e non l’unità delle forze laiche.

Enzo Cucco

6.6.2026


martedì 21 aprile 2026

BIENNALE DEL DISSENSO 1977 E BIENNALE DEL DISSENSO 2026

 BIENNALE DEL DISSENSO 1977 E BIENNALE DEL DISSENSO 2026

Quando ho sentito l'attuale presidente della Biennale ricordare la Biennale del Dissenso del 1977 e annunciarne una per quest'anno, in risposta alle tante polemiche nazionali e internazionali sollevate dalla presenza di esponenti filogovernativi alla Mostra stessa, non ho potuto non pensare alla lunga e continua insistenza del FUORI! sui diritti dei e delle omosessuali calpestati in quel paese. Tutto infatti è cominciato proprio quell'anno, con la manifestazione di Angelo Pezzana contro l'ingiusta detenzione di Sergej Paradzanov sulla base dell'articolo 121 del codice penale russo per omosessualità. In realtà il regista (origini armene, nato in Georgia ma molto attivo in Ucraina tanto che il Governo ucraino nel 2024 lo ha riabilitato) era già stato accusato di sodomia e scontato anni di prigione nel 1948. Fu arrestato di nuovo nel 1973/1974 con le stesse accuse e condannato a 5 anni di lavori forzati. L'accusa di omosessualità era molto usata dal regime sovietico per reprimere il dissenso, a torto o a ragione, ma lui non negò mai la sua identità. Questa volta si sollevò una grande campagna internazionale a suo favore, sostenuta, tra gli altri, da Luis Aragon (il padre del surrealismo), Federico Fellini, Andrej Tarkovsky, Jean-Luc Godard e tanti altri. Nel 1976 Pezzana fu il primo dei non eletti delle liste Radicali nel collegio torinese per la Camera dei Deputati e si trasferì a Roma per lavorare al Gruppo parlamentare che nel frattempo si era inventato la carica di " deputato supplente". Lì maturò il progetto di andare a Mosca e manifestare sia per Paradianov che per tutti gli omosessuali russi. Il soggiorno durò qualche tempo, permettendo ad Angelo di conoscere ed intervistare alcuni dei protagonisti del dissenso russo, tra cui Sacharov, ed alcuni giornalisti. A questo proposito non si deve dimenticare che tutti (e dico tutti) i colloqui avvenuti in case private erano registrati dalla polizia segreta e forse questo spiega la freddezza nel prendere apertamente posizione a favore delle persone imprigionate per omosessualità. 

Il 15 novembre del 1977, di mattina, Angelo provò a manifestare sulla Piazza Rossa ma fu fermato  da esponenti dei servizi segreti russi addirittura nell'atrio del suo Hotel a Mosca (l'Hotel Naztional). Così salì in camera e parlò con i giornalisti italiani presenti. Fu fermato ed espulso dall'URSS immediatamente, con il divieto di tornare. In Italia lavorarono in quei giorni due gruppi di supporto: il primo a Torino con il sottoscritto e soprattutto Carlo Sismondi, il secondo a Roma presso il Gruppo radicale della Camera con in testa Marco Pannella ed Emma Bonino che il giorno stesso della manifestazione fecero una conferenza stampa. Si presero il compito di fare immediata pressione sugli organi dello Stato italiano affinchè non succedesse nulla (presidente del Consiglio era Andreotti, Ministro degli Esteri Forlani, sottosegretari agli Esteri Foschi e Radi e l'ambasciatore italiano a Mosca Maccotta).  In questi anni ho cercato, senza fortuna, tracce scritte dell'interessamento italiano. Ricordo però perfettamente che Pannella disse più volte che era personalmente intervenuto in quei giorni, e ci sono anche le sue dichiarazioni sui giornali dell'epoca.

Quasi tutti però dimenticano un dettaglio rispetto a questa storia: Angelo sapeva del progetto della Biennale del Dissenso (era pubblico ed un radicale di nome Paolo lavorava nella segreteria della Biennale) e prese contatto con Carlo Ripa di Meana per organizzare un incontro/dibattito su Paradianov stesso nel quale avrebbe raccontato la sua esperienza: non andò proprio così. Gli organizzatori ricevettero numerose pressioni dal Governo russo affinché il tono dei dibattiti fosse il più basso possibile e tutto centrato sulla critica cinematografica. Le cronache del tempo riferiscono di una pressione diretta dell'allora Ambasciatore russo Ryzhov su Forlani affinchè durante gli incontri si desse il minimo spazio al dissenso. E queste pressioni si fecero sentire molto forte, e risuonarono nelle posizioni dell'allora PCI che intervenne per evitare che quella Biennale fosse così esplosiva. Non va dimenticato che una parte consistente degli industriali italiani faceva affari con i russi (Fiat in testa) e di certo non gradiva tutti quei riflettori su una realtà orrenda.

Ma ci fu anche un caso specifico: era prevista la proiezione di un film di Paradjanov, "Il colore del melograno" (1969) che insieme a "Le ombre degli avi dimenticati (1964 girato in Ucraina) è considerato uno dei suoi capolavori, e di seguito gli interventi di alcuni critici, tra cui doveva esserci quello di Pezzana sulla sua esperienza moscovita. Il dibattito subì molti cambiamenti e fino all'ultimo non si sapeva se si sarebbe fatto o no, e con chi. Alla fine, anche grazie ad una manifestazione del Fuori! a Venezia, fu realizzato ma insieme ad Angelo e Ripa di Meana parlò anche un certo signor Lihem, critico cinematografico pare esperto di Paradjanov. Costui prima del dibattito fece di tutto per dissuadere Angelo dal parlare e quando finalmente intervennero furono talmente lunghi, lui e Ripa di Meana, che quasi nessuno si fermò a sentire la vicenda di Angelo.

Inoltre ci fu un seguito a Roma dove qualche giorno dopo si svolgevano le "Giornate Sacharov" (25-28 novembre 1977) con numerosi personaggi molto importanti del dissenso russo ed est-europeo. A presiedere quelle giornate c'era Simon Wiesenthal e questo rassicurò Angelo, che invece subì una cocente disillusione non trovando spazio e tempo per raccontare la sua esperienza.

Ci furono anche manifestazioni del Fuori! sia a Torino che a Milano nel 1978 davanti ai cinema dove si svolgeva un ciclo di film di origine russa (con tanto di esponenti PCI schierati), sempre bloccati dalla polizia italiana.

Altri tempi, direte voi, altri personaggi. Ma proprio per questo devono essere ricordati: la nostra iniziativa per la libertà delle persone omosessuali in Russia è sempre stata al centro dell'impegno internazionale, e continuò con Enzo Francone a Mosca nel 1980 e tante altre iniziative e manifestazioni.

Chissà se troveranno lo spazio, il tempo e le parole a Venezia quest'anno per ricordare la terribile realtà delle persone omosessuali russe, ieri ed oggi. Noi di Certi Diritti insieme a tante altre associazioni ci saremo, il prossimo 9 maggio.


PS: la foto che segue è stata scattata a Venezia nel 1977 il giorno in cui alla Biennale del Dissenso sembrava non esserci spazio per un intervento di Angelo. Da destra: Enzo Francone, Vera Fraboni ex Fabrizio, Angelo Pezzana, una persona che non riconosco e Felix Cossolo.


La foto che pubblico in calce è quella scattata dall'Agenzia UPI nell'androne dell'Hotel Natzional il 15.11.1977, che è stata ripresa, tra gli altri, anche nel libro che lo Schwulen Museum di Berlino ha dedicato ai 100 anni di storia del Movimento di liberazione omosessuale.


PS: per chi ne volesse sapere di più consiglio oltre alla lettura degli articoli a stampa di quel periodo e i resoconti che fece Angelo stesso (su "Lambda", n.9 -1977 e su "FUORI!" n.17-1977/1978 e nelle sue autobiografie) consiglio vivamente il saggio di Stefano Pisu "New perspectives on the Parajanov affair: The role of Italian activism in the transnational campaign for his release" sulla rivista Cahier du Monde Russe 62, 2021 https://doi.org/10.4000/monderusse.12499



domenica 29 marzo 2026

L'ORGANISMO REGIONALE DI PARITA' CHE VERRA'


È cominciato l’esame in Parlamento dell’Atto di Governo 0382, la bozza di decreto legislativo che stabilisce la costituzione di un Organismo di Parità, e la contestuale abolizione della Consigliera di Parità (almeno nelle sue articolazioni regionali e provinciali) e dell’UNAR.

Si tratta dell’attuazione di due Direttive UE, la n.1499 e la n. 1500 del 2024, che abbiamo già segnalato come importanti da seguire nella loro applicazione.

Ed è arrivata, sotto forma di schema di Decreto Legislativo, che prevede, tra le altre cose, l’istituzione di questo Organismo per il 1° gennaio 2027, cioè 9 mesi ad oggi. Siamo abituati ai ritardi del Parlamento e del Governo e quindi aspettiamoci che il termine del 1° gennaio 2027 non sia rispettato, comunque …

Queste considerazioni saranno un po' lunghe e non tanto tecniche, ammetto, ma le questioni sono complesse e tutti e tutte devono avere contezza della posta in gioco, ne va del futuro delle politiche sui diritti nel nostro Paese.

Appena inteso della cosiddetta novità ci siamo preoccupati perché nel quadro generale italiano sui diritti la notizia della chiusura delle Consigliere di Parità e dell’UNAR era grave. Ora che si conosce meglio lo schema di decreto le cose sono un po' diverse, ma i dubbi e le preoccupazioni restano.

Non dobbiamo vivere di pregiudizi ma ricordiamo che:

a) sia la Lega che FdI hanno chiesto più volte e con forza la chiusura dell’UNAR o per lo meno la riduzione dei suoi poteri e delle sue competenze. In genere, a proposito di nomine, le consigliere di parità sono espressione (vicine, diciamo così) alle maggioranze che le eleggono e, per esempio, alcune non ritengono di avere tra le proprie competenze quelle relative alle persone trans in ambito di lavoro. In merito all’UNAR ricorderete che Meloni fu protagonista di una vicenda che portò alla riduzione dei poteri dell’UNAR stesso. Da anni ormai non parte più una lettera di segnalazione delle possibili violazioni dei diritti. Ci sono ancora molti passaggi da compiere: come influiranno le “differenti sensibilità”? Le critiche, anche negative, che ciclicamente vengono a galla sul ruolo delle consigliere di parità sono state prese in considerazione in “pars construens” nell’ipotizzare questo Organismo?

b) spesso nelle Direttive citate si usa il condizionale (“… dovrebbe…”) e come sapete il linguaggio legislativo non è neutro, ma ha un significato e una sua applicazione molto precisa, ed anche pericolosa visto come è stato utilizzato nel passato. Cosa farà il Governo nazionale? Quanto si discosterà dal testo?

c) come sapete nel caso di un decreto legislativo è fondamentale la legge delega che individua nello specifico costituzione, compiti e poteri dell’Organismo in oggetto. Questo non si è verificato perché la relativa Legge delega (Legge n. 191/2025) è asettica. È quindi adesso che si deve essere attenti e magari intervenire: poi sarà più difficile.

Detto questo qualche considerazione sulla bozza di decreto legislativo: innanzitutto le buone notizie: finalmente, con la motivazione di accogliere le due direttive UE, si costituisce un organismo unico che si occupa di diritti in Italia, se non con tutte le competenze, almeno con alcune. Si tagliano gli eventuali doppioni e si dice, nero su bianco, che l’Organismo dovrà essere “autorità indipendente, ai sensi dell'ordinamento nazionale, che opera senza vincoli di subordinazione e di gerarchia, nell’esercizio delle funzioni e dei compiti ad esso attribuiti dal presente decreto, e dotata di autonomia regolamentare, organizzativa, contabile e finanziaria”. È questo punto che ci ha impensierito e preoccupato: all’inizio abbiamo letto solo il documento del Senato riassuntivo del provvedimento ed in esso le due parole “autorità indipendente” non sono utilizzate.

Questo passaggio è fondamentale, considerate le critiche, molto forti e argomentate anche dalla UE, sulla terzietà di una tale Istituzione. Questione che è sempre stata al centro della attenzione di tutti e di tutte e queste Istituzioni spesso sono intervenute dando l’impressione di essere come un’auto col freno tirato. Attenzione però: la Legge istitutiva dell’UNAR usava le parole “in modo autonomo e imparziale” (dall’articolo 7, comma 2, lettera f), del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215) e quanto lo sia stato in questi anni è sotto gli occhi di tutti, anche al di là di quanto chi ci ha lavorato volesse. Se però quelle parole usate dallo schema di decreto, ovvero “autorità indipendente” sono valide e saranno concretizzate stiamo parlando di un Istituto di rango uguale a quello dei Garanti nazionali, che sarebbe un buon risultato, sempre che nelle norme attuative non si nascondano altre condizioni contrastanti.

Per il resto:

1. Di quali discriminazioni si deve occupare L’Organismo? Nella bozza di decreto legislativo c’è questo passaggio “… assicurando la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza o dall'origine etnica, ed in materia di occupazione e impiego indipendentemente dalla religione o dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall’età o dall'orientamento sessuale e, tra le donne e gli uomini in materia di sicurezza sociale, accesso a beni e servizi e relativa fornitura, nonché in materia di occupazione e impiego.” che è quasi il copia incolla del titolo della Direttiva 1499. Quindi non stiamo parlando di tutte le potenziali discriminazioni citate dall’art. 19 del Trattato per il funzionamento dell’Unione europea. (senza parlare dell’art. 21 della Carta europea dei diritti) ma solo di determinati ambiti. Tradotto: se una persona lgbti è discriminata nell’affitto di una casa a causa del suo orientamento sessuale non può rivolgersi all’Organismo. Perché? In questo modo si creano differenti forme di difesa dalle discriminazioni per i differenti fattori di discriminazione, che è quanto più volte, tantissime voci che lavorano in questo ambito hanno denunciato. In particolare la non estensione ai settori come “sicurezza sociale, accesso ai beni e servizi e relativa fornitura” delle norme antidiscriminatorie rende molto limitata l’azione dell’Organismo e perfettamente inutile per altre situazioni. Questo limiterà moltissimo le possibilità che potrebbero nascere dall’avere un Organismo nazionale.

2. Questo Organismo, pur essendo autonomo e indipendente, sarà collocato soprattutto nell’ambito del settore lavoro e formazione, mentre prima solo la Consigliera di Parità era in questo ambito (corretto) e l’UNAR alla Presidenza del Consiglio. Questa scelta di fatto limita la possibilità di piena attuazione dei principi europei ai soli ambiti lavoro e formazione: importanti ma non esaustivi dell’intervento necessario. È previsto, ovviamente, la necessità che l’Organismo debba collaborare e rapportarsi con altre parti del Governo ed in generale dello Stato ma questa facoltà c’era anche prima e devo dire che gli sforzi di UNAR e della Consigliera di Parità non sono stati coronati da grandissimo successo, anche per motivi oggettivi che la rendono decisamente difficile da attuare.

3. La questione delle funzioni è essenziale: esse sono ampie e, giustamente, molto dettagliate, ma c’è da preoccuparsi quando esse esplodono quelle che anche le direttive ritengono importanti, ovvero quelle relative all’accoglienza e assistenza delle possibili vittime, e quelle di intervento nei confronti della discriminazione segnalata e delle possibilità di rimozione della stessa: questo è il cuore dell’azione prevista e si deve essere molto preciso per le competenze potenziali. La mediazione, per esempio, si esercita secondo le leggi italiane? E che tipo di preparazione avranno le persone che la dovrebbero attuare? Son percorsi lunghi e la materia trattata è complessa e molto vasta: tutte specializzazioni che i funzionari ministeriali hanno di rado e soprattutto grazie all’esperienza decennale che hanno. Ma un unico Organo nazionale come farà?

4. Che succederà con le discriminazioni istituzionali? Quelle cioè commesse da organismi di Pubblica amministrazione? Perché il vincolo all’Organismo di operare insieme all’Avvocatura dello Stato che provocherebbe cortocircuiti e veri e propri conflitti di interesse? L’esperienza ha insegnato che buona parte delle discriminazioni sono spesso figlie di cattive interpretazioni di legge e/o copia incolla fatti in modo automatico da interventi passati, quindi l’azione che risulterebbe necessaria per riparare il danno (potenziale o reale) è abbastanza semplice da effettuare. Ma per i casi in cui non è così?

5. Le Direttive europee in applicazione prevedono che ciascuno Stato può decidere che alcune competenze e/o poteri possano essere esercitati da altre Istituzioni. Per esempio in Italia esiste un intero Dipartimento della Presidenza che si occupa di politiche giovanili, e uno per le persone con disabilità, senza parlare di Dipartimenti e/o Uffici esistenti presso altri Ministeri che hanno competenza su alcune delle materie trattate e tutto il sistema dei Garanti (nazionali e regionali) o dei Corecom. Tutti hanno competenze e strumenti (pochi) per intervenire su eventuali casi di discriminazione: che succederà con questi? Quali strutture il Governo pensa di salvare?

6. Nella Direttiva UE 1499 è detto chiaramente che si deve offrire particolare attenzione alle intersezioni tra discriminazioni, e nella bozza di decreto legislativo non si cita mai la parola, ed è una mancanza seria che può pesare sull’attività dell’Organismo.

7. Non si capisce per quale motivo si eliminano le Consigliere di Parità regionali e provinciali: è vero che vi sono state numerose critiche sul loro operato, dalle consigliere stesse, ma è anche vero che i tre principali problemi esistenti, ovvero il loro finanziamento (ad oggi vergognoso per il compito assegnato), la coerenza tra diverse modalità di trattamento dei casi e la diffusione territoriale delle discriminazioni che renderebbe necessaria almeno una articolazione territoriale dello stesso Organismo, non sono nemmeno toccati, anzi la struttura prevista (di personale e di bilancio) è assolutamente insufficiente per affrontare le questioni poste. Crediamo che sia intuitivo comprendere che si deve avere una prossimità territoriale per operare sulle questioni, ed i mezzi per farla. Come farà un Organismo nazionale ad occuparsi di casi che vanno da Bolzano a Siracusa? I poteri delle articolazioni territoriali pur previste per le Consigliere di parità, saranno le stesse dell’Organismo centrale? Che poteri hanno? Che finanziamenti e competenze avranno? Il criterio della prossimità territoriale dovrebbe anche valere per tutte le altre discriminazioni oggetto della prevenzione e intervento dell’Organismo, cosa che è assolutamente impossibile da praticare con un solo Organo nazionale.

8. Sono state sentite o si intendono sentire le organizzazioni interessate alla materia, almeno quelle iscritte ai Registri esistenti? Cosa hanno detto? E come si è eventualmente tenuto conto del loro parere?

9. Che ne sarà delle altre Istituzioni che in questi anni hanno operato nell’ambito delle politiche antidiscriminazione? L’OSCAD, per esempio, ovvero l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli Atti Discriminatori presso il Ministero dell’Interno o il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani presso il Ministero degli Esteri, che segue i Trattati e gli accordi internazionali su questa materia? Ed anche per quelle Regioni che di iniziative ne hanno sostenute, per esempio Piemonte, Emilia Romagna, Veneto?

10. In che modo è stato coinvolto il Ministero del lavoro in quanto, stante al testo di decreto presentato, sarà il Ministero maggiormente coinvolto dall’attività dell’Organismo?

11. Ovvio che il budget deve riflettere le scelte di attività che Parlamento e Governo dovranno fare, ma vi assicuro che quelle indicate dallo schema di decreto sono totalmente insufficienti anche solo per le attività previste: secondo voi 10 milioni di euro a cosa possono servire?

12. Un’ultima cosa positiva: si estende a tutti i componenti dell’Organismo il ruolo di pubblici ufficiali e la facoltà dell’Organismo stesso di presentarsi in giudizio. Bene, ma con quali soldi si pagheranno gli avvocati e le avvocate che concretamente possono intervenire davanti ai giudici?

Sono queste le principali questioni di preoccupazione e di intervento. E speriamo che si moltiplichino le voci critiche e di proposta

Enzo Cucco

vicepresidente Associazione radicale Certi Diritti

17 marzo 2026

Pubblicato su "Strade" del 29 marzo 2026.