domenica 12 aprile 2020



Dieci anni fa, in questi giorni, festeggiavamo una decisione della Corte costituzionale che ha dello storico: si tratta della sentenza numero 138, assunta il 14 aprile e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 21 dello stesso mese. Con quella sentenza si otteneva il più grande riconoscimento giuridico dei diritti e dei doveri delle persone omosessuali mai raggiunto in Italia prima della Legge sulle Unioni civili. Si, perchè di questo stiamo parlando: complice il fatto che a parte le norme relative al servizio militare (cancellate grazie alla decisione di de-patologizzare il comportamento omosessuale da parte dell’OMS) e lasciando da parte tutte le vicende relative alla Legge 40/2014 (a parte ma non meno significative) in Italia non esisteva alcuna norma che rendeva legale la discriminazione nei confronti delle persone omosessuali, lasciando quindi la distanza tra diritti formali e diritti sostanziali amplissima e tutta da colmare. Quella sentenza fu il primo prodotto di una campagna che abbiamo definito di Affermazione civile, per la quale ci fu l’incontro di una fortunata intuizione di Francesco Bilotta (che era anche frutto di studi seri ed approfonditi) con una associazione nata da poco, l’Associazione radicale Certi Diritti, e soprattutto le coppie che offrirono, con grande lungimiranza e generosità, la propria visibilità ed anche i propri soldi, per avviare questa nuova strategia.
Non dobbiamo dimenticare che Francesco (che non a caso giusto nel 2007 insieme ad altri ed altre fece nascere Rete Lenford), le coppie e l’Associazione radicale certi diritti (nata nello stesso 2007) ma anche centinaia di migliaia di persone in Italia, erano reduci della grandissima frustrazione generata da un Parlamento, e da un Governo (il Prodi 2, durato dal maggio 2006 al gennaio 2008) incapaci di legiferare su questo argomento. Il gioco del compromesso al ribasso produsse veri e propri aborti legislativi (vi ricordate vero quelle autentiche schifezze che erano prima i Dico e poi i Didorè, ed altre fantasione quanto insultanti proposte ...) che meno male il Parlamento non esaminò mai. La strategia fino ad allora perseguita da alcuni Gruppi lgbt, sostanzialmente basata sulle possibilità offerte da un parlamento a maggioranza di centro sinistra, si rivelò infondata. Intendiamoci, con l’occhio di adesso dobbiamo riconoscere, e dire ad alta voce, che fu un errore parziale, che si basava su una realtà, l’arretratezza di sinistra su questi temi, francamente non così preventivabile da Arcigay. Anche se c’erano stati molti segnali in tal senso. Ma fu errata la strategia (basarsi unicamente sulla volontà della maggioranza di sinistra del Parlamento) non l’obiettivo che è sempre stato lo stesso per tutti e tutte: il riconoscimento del matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.
La strategia di Affermazione Civile, inoltre, si basava (anzi si basa) su una storia piena di precedenti ove l’acquisizione di nuovi diritti in Italia si è avuta grazie al pronunciamento delle Corti, sia in anticipo alle decisioni del Parlamento sia registrando un cambiamento sociale profondo e già avvenuto. Io ricordo solo le classiche battaglie per l’obiezione di coscienza, per la legalizzazione di divorzio e aborto, l’abolizione dei manicomi, per il riconoscimento della violenza sulle donne, tutte precedute da sentenze importanti della Corte Costituzionale che, a volte ribaltando sue stesse decisioni, hanno innescato quei meccanismi istituzionali che hanno prodotto le leggi che conosciamo (con i pregi e i difetti delle stesse).
Da questa storia nacque il fidanzamento tra Certi Diritti, Bilotta (poi Rete Lenford) e le coppie fino alla sentenza citata, trasformatosi poi in una separazione (questa è un’altra storia ..... ) e nella moltiplicazione delle associazioni, degli avvocati e delle coppie che questa strategia hanno perseguito: la nostra Associazione era, nel panorama politico omosessuale, l’unica che, vivendo anche della tradizione radicale, aveva nel suo DNA il ricorso alle Corti per il riconoscimento di diritti negati. Fino ad allora avevamo conosciuto queste cause come “disobbedienza civile”, ed in questa definizione c’era anche la visione di un Ordinamento giuridico che non riconosceva ancora diritti (e doveri) che erano già maturi da tempo nella società. Affermazione civile, invece, è stata una campagna che è partita da un assunto diverso, che semplifico così: i diritti delle persone omosessuali e transessuali non sono solo una novità giuridica ma, sulla base della normativa vigente (quella italiana e quella europea) già reali. Si trattava di renderli sostanziali.
Tutto questo seguendo un filo logico mai riconosciuto dalla maggioranza di quello che chiamiamo oggi Movimento lgbti, iniziato dal Congresso del Fuori! del 1978 dove per la prima volta si parlò di Diritti Civili e si inauguro una stagione che parlando di obiettivi concreti si poneva proprio questo obiettivo: il passaggio da un diritto di principio a un diritto sostanziale per le persone omosessuali e transessuali.
Tranquilli, non sto rivendicando alcuna paternità o maternità per quello che è successo dopo, sarebbe sciocco anche solo il pensarlo. Ma è innegabile che c’era qualcuno che a questi diritti ci pensava e provava a fare iniziative. Vedasi il Congresso, sempre del Fuori!, nel 1980 dove si approfondì il tema delle unioni civili e del matrimonio. O al caso di Doriano Galli del 1981, ricordato da pochi.
L’intuizione che sta alla base di questa strategia è proprio questa: applicare questo metodo anche alla questione dei diritti delle persone omosessuali e transessuali, perché di diritti (e di doveri) stiamo parlando. Con un particolare importante rappresentato dalle novità prodotte dal diritto comunitario.
La strategia aveva tutte le condizioni per essere condotta: chi faceva questa scelta in prima persona (le coppie), chi ci ha messo la propria competenza giuridica (innanzitutto Francesco e poi tanti e tante altre avvocate italiane) chi ci ha messo la propria riflessione politica ed un rinnovato attivismo (ho già ricordato l’Associazione radicale Certi Diritti ma anche Famiglie Arcobaleno in questi anni ha sostenuto e promosso numerose cause pilota e famiglie). Vorrei ricordare il grande lavoro fatto da Sergio Rovasio, primo segretario dell’Associazione radicale Certi Diritti, Clara Comelli (che fu Presidente) e Gian Mario Felicetti (referente per qualche tempo di quella Campagna). Ma voglio ricordare tutte le altre coppie, avvocati e avvocate che ci misero la faccia, impegno e soldi che hanno prodotto quanto in 10 anni siamo riusciti a produrre.
Mancava l’ultimo elemento, quello delle decisioni che le Corti avrebbero assunto. Da subito chiunque ha messo in atto questa strategia sapeva che questo era l’elemento principale che avrebbe dovuto accellerare o rallentare il riconoscimento di questi diritti e doveri, al netto delle diverse posizioni di strategia che ci sono state. Lo sapevamo e lo sappiamo, consapevoli del fatto che la stessa sentenza 138 (soprattutto alcune capziose interpretazioni che sono circolate) erano parzialmente utili per raggiungere questo obiettivo. Parlo innanzitutto della linea seguita dalle Corti di non affrontare la questione dal punto di vista dell’uguaglianza, e della palese discriminazione che certi comportamenti producevano, ma da quello del diritto familiare (diritti e doveri inclusi) lasciato alla discrezione dei Parlamenti (come se il diritto al matrimonio non fosse un diritto fondamentale, e quindi inalienabile). E producendo indirettamente una legislazione strabica, e profondamente ingiusta, dove dalle Unioni (oggettivamente una grande quantità di diritti e doveri riconosciuti) si eliminavano diritti e doveri relativi a figli e figlie.
Su questo possiamo farci poco, se non quanto si può lavorare a livello culturale (la sentenza 138 ne è stato un formidabile esempio) perchè cambi l’approccio della magistratura alla questione.
Ma quanto abbiamo prodotto?
Non ho alcun dubbio nel rivendicare (direttamente o indirettamente) a quella campagna il merito delle uniche conquiste che il Movimento ha fatto in questi anni: innanzitutto la Legge sulle Unioni Civili che, al netto di tutte le polemiche che ne hanno segnato la nascita, non sarebbe mai stata possibile in Italia senza quella sentenza ed anche l’altra, quella della Corte Europea dei Diritti Umani nel 2011 che condannò l’Italia al pagamento di una penale alle coppie ricorrenti. Ma vorrei anche ricordare le altre sentenze (prima della Corte di Cassazione e poi della Corte costituzionale) che interpretando la Legge 164 del 1982, sancirono che il ricorso agli interventi chirurgici era non necessario per l’ottenimento del cambio di sesso e di nome sui documenti. Persino i piccolissimi passi avanti sui diritti dei figli e delle figlie che nascono e vivono in una famiglia composta da persone dello stesso sesso, sono figli di sentenze lungimiranti. Anche se dobbiamo registrare quanto infausta fu la Legge sulle Unioni Civili da questo punto di vista: infausta perché non ha normato questa situazione lasciando nel limbo decine di migliaia di ragazzi e ragazze (alcuni oggi diventati uomini e donne). E non sono affatto da sottovalutare la sentenza del Tribunale di Reggio Emilia che riconobbe il diritto al permesso di soggiorno del partner extracomunitario, a quella della Cassazione dove si riconobbe il diritto a una vita familiare per le coppie dello stesso sesso. Vorrei anche ricordare il grande sforzo politico, e culturale, fatto dalla proposta “Amore Civile” prodotto da Francesco Bilotta, Bruno De Filippis, sostenuto e fatto proprio dall’Associazione radicale Certi Diritti e presentata in Parlamento da Rita Bernardini nel 2010. Ad oggi quello rimane l’unico tentativo (perfettibile, certo ....) di riforma complessiva del diritto di famiglia italiano, improntato alla difesa dei diritti e dei doveri dei singoli.
Futuro di questa strategia? Poco e delimitato se guardo alla magistratura. Tanto invece se osservo il Parlamento, che è come se si fosse addormentato sugli allori (tutti meritati, è bene chiarirlo) della Legge sulle Unioni Civili, non vedendo io alcuna reale vol0ntà politica per raggiungere quegli obiettivi di uguaglianza che ancora sono da raggiungere. In questo senso, purtroppo, prima della pandemia coronavirus la campagna per una Legge italiana contro omo e transfobia (lasciamo perdere i limiti sia del dibattito che le proposte in campo) aveva il sapore di un ripiego rispetto a questi obiettivi, che si son dati per scontati e irraggiungibili. Non sto affermando che una tale Legge sia inutile, anzi, ma senza entrare nel merito della sostanza della norma possibile e della sua efficacia, questo pericolo esiste.
Ora con la pandemia tutto è cambiato. E tutto cambierà, compresa questa strategia. Forse converrebbe cominciare a rifletterci.

Enzo Cucco Tosco
12 aprile 2020
https://gayindependent.blogspot.com

lunedì 16 dicembre 2019

OMOTRANSFOBIA? NO GRAZIE.



Recentemente la Ministra per le Pari Opportunità ha annunciato che il Governo farà una sua proposta contro l’omotransfobia, e sia il PD che il M5S hanno organizzato ed organizzeranno iniziative sul tema, anche per sostenere le proprie proposte di legge. Tutto bene, e son contento che si moltiplichino queste iniziative segno che, forse, è la volta buona. 

Sarebbe facile però il gioco del “ce l’ho, manca” sui progetti presentati (ve lo ricordate quando si era bambini e ci confrontavamo sulle figurine possedute ….?). Si deve invece essere consapevoli che abbiamo non solo il diritto ma il dovere di chiedere una Legge efficace non solo una Legge manifesto. A prescindere dalle proposte di partenza.

Quindi faccio qualche considerazione senza tener conto delle proposte presentate non per valutare quelle presentate (o di coloro che non l’hanno presentata) ma le avanzo con la consapevolezza che in questa fase non vale la frase “tanto non passa….” perché non siamo noi, e non adesso, che possiamo dire questa cosa. I compromessi, che ci saranno, sono in capo a coloro che approveranno un testo ed alla loro capacità di pensare al futuro non alle medagliette da mettersi sul bavero della giacca. In questo senso l’iter sulla Legge per le Unioni Civili ci può insegnare molte cose, a condizione che si capisca la profonda differenza che esiste tra loro: quella prevedeva un istituto del tutto sconosciuto al nostro ordinamento giuridico, questa no. E se avrete la pazienza di leggere fino in fondo questa nota provo a spiegarmi.

Omotransfobia?

Devo confessare il mio personale imbarazzo verso tutte le parole composte che contengono il termine “fobia”: è una parola di ascendenza sanitaria, anche se utilizzata nel linguaggio comune odierno, soprattutto per definire la persistenza nel tempo e l’insistenza di un certo comportamento. Ma siamo sicuri che l’avversione contro l’omosessualità maschile e femminile e contro la transessualità sia sempre figlia di una fobia? Non è il tentativo distorto per spiegare un fenomeno le cui radici sono perlomeno molteplici e non riducibili ad una sola causa? La misoginia cosa è oggi? La xenofobia cosa è oggi? E soprattutto possiamo trasferire questo concetto nel linguaggio/tecnica giuridica italiane? Non voglio sollevare questioni troppo filosofiche o sociologiche ma questo tema dobbiamo affrontarlo anche per indirizzare i magistrati che dovranno applicare la norma.
Alle parole “omofobia” o “transfobia” da inserire in una legge io preferisco le parole “discriminazione per orientamento sessuale, identità ed espressione di genere”. Credo infatti che sia molto difficile tracciare il confine tra libertà di espressione e fobia per un giudice od un rappresentante delle forze di polizia che debba applicare la nuova norma, senza una adeguata formazione, laddove si faccia riferimento all’omotransfobia. Il termine “discriminazione” invece ha basi giuridiche più salde, essendo fondato sulla normativa europea (TFEU, Carta dei Diritti Fondamentali, Direttive UE e sentenze dell’Alta Corte) ed internazionali, oltre che costituzionali ovviamente. Sottolineo in particolare la necessità di distinguere e mettere in evidenza sia l’ identità che l’espressione di genere, e l’insufficienza di considerare “solo” l’identità di genere. Mi rendo conto che per un giornalista (e per chi legge) sia più facile un solo termine. Ma semplificare e riassumere non è sempre positivo: ci ricordiamo la battaglia infinita (tutt’ora in corso) per chiamare i Pride senza aggiungere la parole Gay? Ed il suo significato?


L’illusione penale

La rimozione dei fenomeni sociali che chiamiamo “omofobia” e “transfobia” non è delegabile alla norma penale. Anzi essa deve essere presa in considerazione soltanto nei casi estremi, in stretta relazione con specifici reati, essendo questione che fonda le sue radici nell’ignoranza, nel pregiudizio, nella cultura, nei comportamenti e nelle tradizioni sociali e religiose che sono modificabili sul medio e lungo periodo solo attraverso più interventi. Sembra essere una contraddizione ma non è così: l’atteggiamento antiomosessuale e antitransessuale può convivere benissimo non solo con quello che normalmente consideriamo cultura ma anche con le diverse tradizioni di provenienza. Insisto: senza la consapevolezza che siamo di fronte ad un fenomeno multifattoriale, strettamente legato all’evoluzione storica delle società e degli stati, penseremmo a soluzioni parziali (se va bene) e quindi inutili per i nostri scopi.
Esiste un esempio super noto, quello della lotta alla violenza di genere: ricorderete che la proposta iniziale di qualche tempo fa conteneva solo un inasprimento delle norme penali, mentre in corso d’opera, anche grazie alle operatrici, all’associazionismo ed agli enti locali che si sono espressi, ha partorito l’idea che alla riforma delle norme penali sia affiancato un Pianovero e proprio, adeguatamente finanziato, completo di azioni di ascolto, accoglienza, assistenza, studio, formazione e aggiornamento. Che significa mettere mano ai servizi. Altro esempio può essere considerato la Strategia lgbti del Consiglio d’Europa, costruita su obiettivi, mezzi, tempi di realizzazione e attività di verifica. Non credo di dire qualcosa di straordinariamente nuovo, ma a leggere le proposte presentate il dubbio mi nasce. Del resto la storia, anche recente, ci dice che la sola norma penale non ha alcun effetto preventivo. E faccio un solo esempio: la Legge Mancino è stata approvata nel 1993. Qualcuno può affermare senza vergognarsi che è stata una buona pratica per combattere la xenofobia e l’antisemitismo? Il problema non è sempre stato quello di una magistratura che ha fatto fatica ad applicare la norma? Vuoi per non averla riconosciuta come applicabile (e ci sono sentenze incredibili al riguardo) vuoi per essersi dimenticati bellamente dell’obbligatorietà dell’azione penale, invocando l’una o l’altra norma sulla base della propria sensibilità. 
Tutte le iniziative pubbliche e generaliste contro questo tipo di discriminazioni (Giornata Nazionale, Campagne nazionali, Campagne mirate a target specifici come scuola, sport, pubblica amministrazione, forze di polizia e magistratura, giornalisti, ecc.) possono essere utili per lottare contro questi comportamenti, solo se adeguatamente finanziate e reiterate negli anni. 
Ci tengo a sottolineare l’importanza dell’apertura delle nostre scuole alla lotta alle discriminazioni (comma 16 art. 1 Legge 107/2015) e l’aumento considerevole delle difficoltà per trattarlo questo tema: la parola “genere” spaventa molto e impedisce alle iniziative che si richiamano a questo concetto di realizzarsi. Che prevenzione lo Stato può effettivamente realizzare se la scuola gli è preclusa? Di cosa stiamo parlando se si continua con il drammatico errore di considerare diverse opinioni e conoscenze scientifiche sullo stesso piano? Lasciando ai singoli genitori la facoltà di considerare le opinioni esistenti sull’omosessualità come tutte fondate e rispettabili. Un pò come sui vaccini ……
Vorrei inoltre rimarcare la necessità che tutte le iniziative (ma tutte tutte) siano valutate e non solo un impegno formale ad effettuarle. Per esempio affidandola a soggetti esterni alla realizzazione delle azioni, con comprovata esperienza e competenza: valutare l’efficacia delle politiche sociali (l’efficacia non l’efficienza) è molto difficile, ma non impossibile.

Aggravante

Come sapete da quando è entrato in vigore il Decreto legislativo n. 21 del 2018 se si vuole operare sulla materia penale si deve modificare direttamente il codice.
Ricordati i limiti che l’inasprimento di questa norma comporta (soprattutto se sola) non possiamo non notare che inserire una nuova fattispecie di reato sia un passo davvero notevole per il nostro ordinamento, spingendolo sempre più verso un modello più anglofono di riconoscimento dei crimini d’odio in quanto tali. Ma è quello che serve davvero? I reati nel nostro ordinamento, lo ricordiamo, sono tantissimi e solo in casi ben circoscritti se ne specifica il motivo, che viene valutato col gioco delle aggravanti e delle attenuanti, quasi tutte applicate dai giudici facoltativamente. Cosa significa introdurne uno nuovo in presenza di una tale massa di reati fattuali, ovvero che si concentrano sul danno arrecato? Se una aggravante diventa obbligatoria, e peggio ancora se si introduce un nuovo reato, senza aver formato innanzitutto forze di polizia e magistratura a riconoscerli, attraverso una definizione chiara della stessa, non abbiamo per nulla risolto il problema. Anzi lo abbiamo ulteriormente complicato e creato gli stessi dubbi e colpevoli incertezze che hanno accompagnato la non applicazione della Legge Mancino. 
Non ho soluzioni immediate alla questione, almeno non ho soluzioni condivise, ma è bene ricordare che nel nostro sistema non esiste una definizione di crimine o di discorso di odio, se non quelle che derivano dalle leggi europee. O quelle che sono presenti in dottrina. I nostri codici non ne parlano affatto. E non sarebbe il caso di farlo? E soprattutto se la Legge si ridurrà solo a modificare il codice penale sarà inutile.
Ricordo che da tempo l’OSCAD (Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza) e l’UNAR (Presidenza del Consiglio, Dipartimento Pari Opportunità) stanno cercando con i loro strumenti, di spiegare cosa siano crimini e discorsi d’odio nella nostra società e come possono essere riconosciuti e applicati. Tempi lunghi, mi rendo conto, ma l’illusione di risolvere il problema delle discriminazioni per orientamento sessuale, identità ed espressione di genere è pernicioso. Queste attività devono essere potenziate e maggiormente diffuse, rendendole obbligatorie, questo si, nell’ambito dei corsi di base che questi enti possono organizzare, anche nei confronti della magistratura e non solo delle forze di polizia. Forse anche riorganizzate, ma questo è un altro tema. E se ci fosse questa indicazione specifica nella Legge sarebbe una cosa buona.
E poi: nessuno si è mai chiesto come mai in questi anni il sistema delle aggravanti non ha riconosciuto l’origine discriminatoria di taluni reati e li ha sanzionati (per esempio utilizzando i motivi “abietti” o “futili”, o aver agito con “crudeltà”)? Non è forse un problema culturale della nostra magistratura e delle nostre forze dell’ordine? (le eccezioni ci sono anche qui è sono meritorie, ma sono eccezioni).

La ricerca

L’argomento di chiunque sia contrario a trattare questo tema è che, in fondo, non esiste nessuna discriminazione contro le persone omosessuali e transessuali nel nostro Paese. Ed i casi registrati sono eccezioni. Non è così e dobbiamo provare questa affermazione non solo sulla base delle proprie sensibilità ma, possibilmente, sulla base di ricerche accurate. Per fare questo è necessario programmare una Ricerca periodica(ogni 2/3 anni) che dia un quadro della situazione in Italia, anche a paragone con i dati già esistenti, sia internazionali (OSCE-Odihr, Eurobarometro e FRA) sia italiani (ISTAT, ma anche Arcigay, le attività del Centro Risorse lgbti, il progetto VOX Diritti, la ricerca di Massimo Battaglio, ecc.). Son tutti dati molto diversi tra di loro ma utili per comprendere il fenomeno. E’ necessario che la Ricerca sia prevista dalla nuova norma per garantirne l’effettiva realizzazione. E sia garantito un adeguato finanziamento della stessa. Io preferisco studi che prendano in esame più potenziali forme di discriminazione: ci forniscono dati sulla società in generale o una parte di essa. Non mi stupirei, infatti, nello scoprire che anche in Italia i crimini di odio o i discorsi di odio maggiori siano rivolti ad altri gruppi di persone. 


Una Agenzia indipendente


E’ necessario che il Parlamento prenda in serio e urgente esame la nascita di un organismo indipendenteche si occupi dell’accoglienza, dell’orientamento e dell’assistenzalegalealle persone vittime di discriminazione (tutte). Non delle altre funzioni di politica attiva, che possono rimanere in capo ad organizzazioni pubbliche, ma di quelle specifiche affrontate per esempio, da agenzie attivate in altri Paesi europei. E che soprattutto sia un organismo rivolto a tutte le potenziali discriminazioni previste dall’ordinamento (quello europeo) e non solo per orientamento sessuale, identità ed espressione di genere. Il potenziale d’intervento che l’esistente Rete nazionale contro le Discriminazioni ha (che dipende da UNAR e quindi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri) è stato molto limitato per concorde (o quasi) volontà politica: almeno per queste tre funzioni il nodo si può sciogliere solo seguendo questa strada. E deve essere anche affrontato il tema di chi, a ragione del proprio orientamento sessuale o identità o espressione di genere, sia costretto a cambiare casa, spesso residenza, cercar lavoro, farsi curare: esistono figure ad hoc per questo tipo di questioni e non servono affatto servizi specializzati ma al contrario è possibile l’integrazione di questi temi nella rete dei servizi pubblici esistenti, adeguatamente formando le assistenti sociali, operatori ed operatrici dei servizi per l’impiego e personale della pubblica amministrazione dei comuni innanzitutto.

Misure alternative

Sono molto a favore di ogni tipologia di misure alternativealla detenzione con particolare riferimento all’inserimento in esperienze e associazioni che lottano contro le discriminazioni. La loro previsione in una Legge nazionale ne facilita e diffonde l’uso che, peraltro, è già nella disponibilità dei giudici. Le misure alternative sono utilissime per affrontare e risolvere alcune forme di discriminazione, quelle che si basano su ignoranza e pregiudizio (e sono diffusissime), ma di altre no, è bene ricordarlo (e ricordarcelo).



Ed infine una cosa ovvia, che però ricordare non fa mai male: le Commissioni di Camera e Senato avvieranno consultazioni formali quando ci sarà un testo condiviso, o quando lo riterranno utile: spero che non ci si dimentichi della Commissione per i Diritti Umani del Ministero per gli Affari Esteri, dell’UNAR e dell’OSCAD, oltre che dell’associazionismo attivo sulla materia. Magari della FRA e dell’ISTAT. E che soprattutto i Deputati e i Senatori tengano conto delle loro parole. Poi facciano quello che riescono a fare, nell’interesse del Paese e non solo nell’interesse del proprio partito.

Enzo Cucco
15 dicembre 2019 
http://gayindependent.blogspot.com

lunedì 25 febbraio 2019



Oggi che è morta Marella Caracciolo Agnelli mi piace ricordare una cosa, piccola piccola. Era la seconda metà degli anni '80 e tutti noi eravamo angosciati e impegnati sull'emergenza Aids. Cominciavamo ad assistere le prime persone con Aids e uno di loro (ci teneva alla privacy...) era impiegato FIAT e l'azienda gli comunicò che aveva finito la mutua. Era disperato e le aveva tentate tutte (noi con lui) ed insieme ad Angelo Pezzanaandammo da Marella Agnelli per spiegarle la situazione e chiedere il suo personale intervento. Grazie all'interessamento di Aldo Ratti (anche su di lui si dovrebbe scrivere qualcosa per ricordarlo) fummo subito ricevuti nella sua casa in collina qui a Torino. Fu un incontro molto positivo: lei era appena stata nominata nel direttivo dell'AMFAR, le benemerita fondazione che ebbe Liz Taylor come attivista e presidente per anni, e quindi da subito il nostro colloquio fu a 360° sull'Aids. Erano tempi quelli in cui si aveva una vera e propria fame di informazione. L'uomo che assistevamo rimase dipendente FIAT fino alla sua morte. E noi non riuscimmo a valorizzare quel contatto, mentre lei rimase Vice Presidente di AMFAR e contribuì alla lotta contro pregiudizio e ignoranza a quel livello.
Quando ho ricevuto la notizia della sua morte mi è tornato in mente il famoso detto talmudico "chi salva una vita salva il mondo", e nel suo piccolo questo è successo. Almeno nel caso che conosco.
E spero davvero che venga scritta una storia della beneficienza della famiglia Agnelli che sappia valorizzare proprio questo detto, senza i pregiudizi e la non conoscenza che ci ha caratterizzato. E magari, rispettando il silenzio che loro hanno sempre avuto, ci faccia riflettere su certi capitalisti, anche nostrani, così poco disponibili a usare il loro potere ed i loro soldi per gli altri senza interesse personale.



IN RICORDO DI MAURIZIO BELLOTTI



Grazie a Giovanni Dall'Orto ho saputo che il 13 febbraio scorso è morto Maurizio Bellotti. Pochi lo ricordano, anche nel movimento lgbti italiano, ma è stato una persona chiave per comprendere la storia del movimento in Italia. Dagli anni 50 era un collaboratore di Arcadie, la rivista gay francese che ci ha accompagnato (insieme a poche altre cose) negli anni 50 e 60 in Europa. Ed era il corrispondente in Italia di questa rivista. Soprattutto recensioni cinematografiche e librarie. Fu a Sanremo nel 1972 ma, al contrario di quanto oggi potrebbe essere pensato, era contrario alla manifestazione. E lo rimase sempre. Non che fosse contrario al nuovo movimento (superato questo ostacolo divenne collaboratore della rivista Fuori! credo dopo il 1978) ma come è popolarmente ricordato era campione di quell'omosessualità silenziosa, non esibita, che si accontentava di un passo dietro l'altro. Molto lombardo, direi, e chi sa di Enzo Moscato so di cosa parlo. Prima quindi di Mario Mieli e il COM. Sostanzialmente estraneo dalla cultura libertaria degli anni 70.
Fu anche funzionario comunale e se non ricordo male anche all'Umanitaria, un pezzo della cultura milanese recente.
Pur essendo stato sempre coerente con se stesso e con la propria cultura era molto generoso e curioso. E sempre disponibile per chi volesse intervistarlo sulla sua esperienza (mi vengono in mente Giovanni Dall'Orto e Andrea Pini per esempio). Circa un anno fa insieme ad Andrea Lohengrin Meroni siamo andati a casa sua e facemmo una lunga video intervista molto lunga. Ci eravamo ripromessi di tornare da lui per approfondire alcune cose (il suo rapporto con Arcadie, di cui proprio nel 2018 morì vicino Napoli il suo direttore Andre Baudry).
Quando si parla di storia lgbt (e in quest'anno ci si ricorda di un episodio importantissimo come Stonewall) si dovrebbe sempre ricordare (e studiare) la storia precedente, quel movimento sotterraneo e poco visibile, ma vivo, che tenne la fiamma accessa negli anni che vanno dalla distruzione del primo movimento lgbti (da parte dei Nazisti di qua e dei Comunisti di là, con modalità diverse ma convergenti) a Stonewall appunto. E spesso di dimentichiamo quanto fosse difficile in quegli anni essere una persona che pubblicamente non negava la sua omosessualità. Qualche fiammella di questa storia l'abbiamo avuta anche noi.

venerdì 16 marzo 2018

16 marzo 1978










Qualche giorno fa ho visto un annuncio che chiedeva “dove eri quando hanno sequestrato Aldo Moro?”. Ho pensato fosse una pubblicità relativa a qualche inserto o libro sui 40 anni del sequestro e delle uccisioni, e me ne sono subito scordato. Ma, come la madeleine inzuppata nel thè, improvvisamente mi sono reso conto che quel giorno, quei giorni, sono stati importanti per il sottoscritto.

Era un giovedì, se non sbaglio, ed all’uscita di scuola (ITIS L.Casale di Torino) non parlavamo che di quello: da un paio di anni facevo politica attiva, sia col Partito Radicale che con il Fuori! Ed ero anche delegato studentesco eletto nel Consiglio di Istituto (con una simpatica storia sulla mia omosessualità – già nota all’epoca – che  racconterò un’altra volta) quindi attento alle questioni politiche, come  lo poteva essere un giovane radicale di quegli anni. Noi, per esempio, eravamo acerrimi denunciatori del sistema (uso un linguaggio contemporaneo, allora si diceva “regime”): certo sarebbe sbagliatissimo guardare a quello che accadde con gli occhi dell’oggi, ma da subito, pur essendo denunciatori di quel regime e dei suoi sacerdoti (Moro ne era uno dei principali, prima del compromesso storico, con i suoi governi di centro sinistra “dell’attenzione”) chiedemmo a gran voce di trattare con i brigatisti, con Marco Pannella ed il PR in prima fila. Denunciando la sporca sponda che quasi tutti i media nazionali fornivano al partito della cosiddetta fermezza, anche sminuendo e denigrando il Moro sequestrato e scrivente.  Ma questo accadde nelle ore successive, mentre in quel giorno ero con Nadia Beltramo, carissima amica di quel tempo, che proprio allora cominciò a parlarmi di una lunga e straziante storia d’amore che stava vivendo. Una storia d’amore fatta di passione, politica, sesso, qualche droga, come usava allora (ed ancora oggi). Una storia d’amore che lei viveva con trasporto e assoluta disponibilità, e che mi raccontava minuto per minuto. A cominciare da quel giorno, tanto che i ricordi, indelebilmente, associano quel tragico fatto della politica nazionale ai tormenti di Nadia.

Il groviglio non finisce qui: ho già detto che ero un giovane attivista, sia radicale che del Fuori!. Ed il Furori! tenne il 2 Congresso del Fuori! Donna dal 22 al 25 aprile nella sede torinese, e dal 19 al 25 giugno si celebrò il 6 Congresso nazionale dell’organizzazione al Cinema Artisti. In mezzo c’è l’uccisione di Moro (avvenuta il 9 maggio) in una situazione di controllo e sostanziale coprifuoco di alcune zone delle città. Noi di Torino avevano la sede in via Garibaldi 13, molto vicino all’allora sede della Procura e del Tribunale, che in quei giorni furono piantonate come in tempo di guerra, blindando tutte le zone limitrofe.
Congressi (quello del Fuori! Donna e quello del Fuori!) che visti con gli occhi di oggi sono davvero storici: il titolo, innanzitutto, di quello del Fuori! era “Liberazione omosessuale e diritti civili”: per la prima volta associavamo le due cose e si cominciava ad abbozzare una strategia sui diritti, tanto che il Congresso non solo fu snobbato da molti militanti ed attiviste, ma apertamente contestato da coloro che avevano in mente un altro movimento, distante e molto (si direbbe oggi) identitario. Cosa che oggi (menomale) è patrimonio comune e si è sciolta la incomprensibile differenza tra un tipo di agire politico ed un altro. Si parlò anche per la prima volta di lavoro, di salute, di casa, di affettività: tutti temi che nella storia del movimento di liberazione sono stati ripresi e sono stati oggetto di iniziative e di ricerche. Quel Congresso ha segnato un passaggio fondamentale verso la concretezza dell’azione politica di quello che allora era il movimento più importante in Italia. E non a caso nacque in quell’agosto a Coventry l’IGA, la mamma dell’attuale ILGA: atto di nascita che ci vide protagonisti anche negli incontri e nei contatti che lo precedettero (esattamente nel periodo del sequestro Moro).

Furono anche i giorni della 1° Rassegna del Cinema omosessuale (così si chiamava allora) che curò per noi Riccardo Giurina e che vide partecipi Barbera, Casazza, Rondolino …. Tutti nomi che ai cinefili torinesi (e non solo) dicono qualcosa. E furono i giorni di apertura della prima esperienza di discoteca gestita direttamente dal Fuori! (anche quell’esperienza contestata dai rappresentanti di altri movimenti).

In tutto questo Nadia mi seguiva: venne addirittura al Congresso del Cinema Artisti per sentirmi parlare (prima volta in pubblico). E lo faceva raccontandomi le sue storie ed ascoltando le mie inquietudini.

Come potete leggere ciascuno di questi avvenimenti meriterebbe un approfondimento a se, anche per mettere in evidenza i legami, spesso sotterranei, che li legano. Intendiamoci: nessuno legame diretto con il sequestro e la morte di Moro, della sua scorta e il Fuori!. Ma si può fare storia a pezzi stagni, senza domandarsi se il contesto entro il quale si sviluppava una esperienza aveva conseguenze? Si può raccontare la propria storia personale senza ricordare quelle persone che sono state significative per noi? Si può evitare di calcolare quanto pesò la tradizione non violenta e libertaria, in una parola radicale, nell’evoluzione del Fuori!?

Non credo. E vorrei possedere le parole giuste per ricordare: quei giorni, quelle persone, quello che accadde e quello in cui credevamo.

Enzo Cucco
15 marzo 2018
http://gayindependent.blogspot.it/

domenica 4 marzo 2018

MAI DIRE GAY

Oggi 4 marzo 2018 Robinson (inserto settimanale de la Repubblica) riporta un lungo colloquio tra Nicola Lagioia (scrittore e direttore del Salone del Libro) e Luca Guadagnino (regista). Appena sarà possibile lo vorrei postare perché credo debba essere letto. Sempre stanotte, come saprete, assegnano gli Oscar e “Chiamami col tuo nome” concorre per 4 statuette. Faccio tutti gli auguri al film (purtroppo il regista non è tra i candidati) perchè si merita un riconoscimento, e dico subito che apprezzo tantissimo Lagioia, sia lo scrittore che il direttore del Salone del Libro. Ma .....
In tutto il lungo e molto interessante dialogo non si usa mai la parola GAY e nemmeno si fa riferimento, anche indiriretto, al tema. Già li sento i critici che alzano le spalle, sorridono, straparlano di provincialismo e fissazione gay, ed a nulla valgono le considerazioni che il tema, ovvero l’amore senza lieto fine tra un adolescente e un giovane uomo, è uno, non l’unico ovviamente, tra gli elementi che hanno portato al successo questo film. Uno, non l’unico: lo ripeto per non essere frainteso. Ma uno tra gli altri non significa affatto dimenticarlo quando se ne parla. Colpa del redattore che ha tagliato delle parti? Possibile. Ma ricordo anche la strana ostinazione del regista a bollare questo film come “NON GAY” o “NON SOLO GAY”. Senza riflettere nemmeno un secondo che questa tigna nel voler oscurare questo aspetto dell’opera sia, in negativo, una prova del fastidio che si prova tutte le volte che si associa il film a queste tematiche. Ho già detto che se si tratta di una scelta di marketing puzza di vecchio lontano un miglio. E l’autore (e tutta la compagnia, almeno sui media italiani) hanno reso impossibile l’unica cosa per la quale loro avrebbero dato il sangue (scommetto): considerare l’amore gay come amore e basta. Perchè non ci vuol molto a capire che negare l’evidenza la enfatizza soltanto. Bastava una comunicazione un pò più moderna, per evitare che ci si intestardisse su questo tema. O i volponi del marketing e della comunicazione dietro al film speravano proprio in questo, ovvero speravano che frotte di gay inferociti invadessero i media con commenti piccati?
Non so, e francamente non me ne importa molto. E’ un bel film, gestito male dal punto di vista della comunicazione. Ed è un bell’articolo sugli anni ‘80 in Italia: peccato che le citazioni fatte siano molto istituzionali, e si dimenticano, tra gli altri, personaggi come Tondelli, o cosa capitò in città come Torino, Roma, Firenze, Bologna sul tema “gay” che finì su tutte le prime pagine, animando, e non poco, quegli anni ‘80 lì. Si, si, anche in questo caso diranno “ma è ovvio”, ma “io conoscevo Tondelli”, ecc. ecc. Peccato che nulla di tutto questo sia scritto nell’intervista, dando una immagine perlomeno parziale di quegli anni, del film e, forse anche del romanzo. Peccato.
Enzo Cucco
4 marzo 2018

domenica 15 ottobre 2017

SILENCE = DEATH



Non posso non aggiungere la mia voce ai tanti e alle tante che parlano benissimo di “120 battiti” e vi invitano ad andarlo a vedere. In fretta. Dimenticate però due tentazioni: la prima è quella di considerarlo (il film) la storia del movimento contro l’Aids. Non lo è, per ammissione del regista e per il ricordo dei tanti (io tra gli altri) che hanno cominciato ad occuparsi di AIDS (ed a combatterlo) molto prima della nascita di Act Up. La storia infatti è quella del gruppo parigino, nato nel 1989, e sia nel mondo che in Italia si fu attivi contro l’Aids da molto prima, almeno dal 1982. Il film tratta della storia di Act Up Parigi, e di un momento topico della lotta all’Aids, quello della prima sperimentazione degli inibitori, una combinazione dei quali, dal 1996, diede vita alla HAART, la terapia che, con continui aggiornamenti ancora in corso, consente alle persone con Hiv di continuare a vivere. La seconda tentazione è quella di farsi sopraffarre dai ricordi personali, ed a stento riesco a farlo. Vi confesso che ho pianto da metà film in poi, ricordando gli amici cari che hanno lottato contro la sindrome e non ce l’hanno fatta. E quegli anni pieni di angoscia e impegno: il mare di emozione certe volte sembrava proprio invadermi.
Lottando contro queste due tentazioni sono uscito facendo qualche riflessione, che condivido:

1  .             dovete andarlo assolutamente a vedere. Ma non mi riferisco solo alle persone lgbt. Mi riferisco soprattutto a tutti gli altri ed alle altre. Perchè questo film, molto più di tanti, racconta che, attraverso la lotta all’AIDS ed al protagonismo delle persone con Hiv e delle associazioni, sia cambiato per sempre ed in modo radicale l’approccio alla sanità ed alle case farmaceutiche. Chi ha un pò studiato la storia della medicina sa che non esiste alcun movimento di pazienti che ha smesso di essere “paziente” ed ha rivendicato con grande forza il tempo che inesorabilmente passava, come quello delle persone con Hiv. Anche perchè una parte di costoro arrivava dalla politica lgbt (ed aveva pratica politica) e ne denunciava con forza, certe volte in modo che è sembrato poco generoso, i timori e gli imbarazzi. Il tempo che avvicinava alla morte, il tempo che trascorreva nell’attesa che la ricerca scientifica e le case farmaceutiche facessero le loro sperimentazioni. Quel tempo maledetto che passa tra la diagnosi di una patologia ed il suo esito. Immagino che molti di voi abbiano avuto almeno un parente con il cancro o l’epatite virale o una sclerosi: per essi (e non solo) il tempo non è indifferente, ed ogni allungamento della sperimentazione di nuovi farmaci significa giorni e mesi di speranza in meno. Chi si ricorda le prime speranze, e le grandi disillusioni, che l’AZT provocò (parlo della seconda metà degli anni 80)? Possiamo dirlo che in molti morirono in attesa di questo farmaco o per le dosi troppo alte che si assumevano all’inizio della terapia? Chi si ricorda le richieste di eutanasia che arrivavano dai malati terminali? Ecco, dovete andarlo a vedere perchè racconta bene come nacque l’indignazione delle persone con Hiv, ed in generale come nasce l’indignazione di ciascuno di noi di fronte a un futuro nemico che sembra ineluttabile. E ci sarebbero da dire molte cose sulla crisi del rapporto con le cause farmaceutiche e l’antiscientismo che l’AIDS ha rianimato. Ma non è questo lo spazio. Non sto affatto dicendo che l’alternativa sia quella di accettare passivamente la situazione (e quante polemiche ci furono contro le associazioni di assistenza che pure la predicavano ..... ). Sto dicendo che il surplus di rabbia che animò le azioni di Act Up nasce da qui. Fu efficace la loro azione? Siamo in grado di affermare che il loro attivismo (e il nostro ?) accellerarono la strada che ha portato alle nuove terapie (almeno a quelle)? Non so, e credo che ci vogliano altri anni per riflettere su questo punto. Sta di fatto che nessuna delle patologie con questo grado di complessità biologica ha mai potuto usufruire nella storia della medicina di tanti finanziamenti. Reagan fu svegliato da Liz Taylor nel 1987 dopo la morte, tra gli altri, di Rock Hudson nel 1985. Mitterand solo nel 1992 chiese scusa per il sangue infetto usato nelle trasfusioni ed il film racconta bene come Act Up Parigi chiedesse molto di più a quel Presidente e a quel Governo. Non parliamo dell’Italia e della sua classe politica che per molti anni è stata colpevole di un silenzio assordante o a vere e proprie follie (Donat Cattin “ce l’ha chi se lo va a cercare”, 1987 è solo la punta di un iceberg) scaricando su Poggiolini e De Lorenzo tutto quello che ha potuto. Questi risvegli tardivi hanno contribuito, indirettamente, alla corsa alle terapie e gli investimenti ingenti che abbiamo avuto per l’Aids. Almeno in Europa e negli USA. Col senno di oggi due o tre anni di silenzio, anche 10, non sono i due o tre anni di censura, anzi di omofobia vera e propria, che furono. Ecco, io credo che dobbiamo alle migliaia di persone con Hiv che hanno lottato e fatto coming out il fatto che la terapia sia arrivata “così” in fretta.

2.      ma il film riguarda tutti e tutte perchè la personale reazione a una perdita, ad un destino che sembra ineluttabile, all’attaccamento alla vita (ed all’erotismo che ne è la sua manifestazione) nel film è benissimo raccontata. Silence=Death era lo slogan più importante di Act Up. Ed il film ne è la trasposizione più cruda, una delle più dirette che ho visto al cinema, senza la pornografia dei sentimenti che spesso aleggia su queste storie, ma anche con grande pulizia e nessun infingimento. Le scene dedicate alla scelta di fare eutanasia ed al lavaggio del corpo morto del protagonista sono potentissime, oltre che vere. Vere. No al silenzio: valeva allora e vale anche oggi. Sempre. Perchè il silenzio (sociale, le scelte personali son sempre da rispettare) è complice dell’inattività. Uno degli slogan di Act Up era “knowledge = weapon”: la conoscenza è un’arma formidabile per battere il silenzio e, aggiungo io, per possedere quella consapevolezza sui fenomeni di cui abbiamo bisogno. Al cinema è impossibile parlare di Aids senza evitare il groviglio emozionale che provoca (da “Che mi dici di Willy” in poi ...), ma le emozioni sono parte della nostra vita, e con esse facciamo i conti, direttamente o indirettamente. Meglio dirselo che esistono invece che negarle, perchè il silenzio è morte. Morte in vita, prima ancora di quella reale, e più inaccettabile perché evitabile.

3 .            questa riflessione è diretta ai gruppi lgbti italiani (e a coloro che si interessano della sua storia): tante volte abbiamo detto che l’AIDS è stato il buco nero in cui abbiamo perso una generazione di attivisti (anche di attivisti, dico io...) ma non abbiamo a sufficienza riflettuto su cosa hanno voluto dire quegli anni. Quanto ha influito l’avvento dell’emergenza AIDS (perchè tale era all’inizio degli anni ‘80) sulla liquefazione del Fuori! la cui estinzione è cominciata con il 1982? E quali sono state le conseguenze sulla vita dell’Arcigay che nel 1985 cominciava la sua vita nazionale? Domande le cui risposte questo film sollecita. E forse è venuto il momento di darsele, sine ira ac studio.

Enzo Cucco
15 ottobre 2017

PS: lasciate perdere (questo è il mio consiglio) lo sciocco post della casa di distribuzione e la decisione stupida della censura italiana di renderlo vietato ai 14 anni. Non ne vale la pena di sprecare energie per queste due cose, il film è potentissimo di suo. Basta andarlo a vedere, e forse i minori di 14 anni non lo capirebbero. E non lo dico per il sesso esplicito, sia ben chiaro.....


PPSS: non sono un critico cinematografico e non lo voglio diventare. Ogni riflessione sull’estetica del film esula da queste considerazioni. Anche se, e mi ripeto, è potentissimo e da vedere assolutamente.

PPPSSS: questo pezzo è dedicato al Gruppo Solidarietà Aids ed al Forum Aids Italia.