Si annuncia una bella primavera per i diritti delle unioni civili in Italia. A Roma, forse anche a Milano, ed io spero in tante altre città, si raccoglieranno le firme su proposte di iniziativa popolare per il riconoscimento dei diritti delle famiglie senza matrimonio.
E’ ormai chiaro che in assenza di un Parlamento che faccia il suo mestiere, la strategia di chiedere alle Regioni ed agli Enti Locali di riconoscere e concretamente applicare i principi di non discriminazione e di pari opportunità anche alle coppie non unite in matrimonio si sta imponendo come la migliore strategia per la piena uguaglianza sostanziale e non solo formale, su queste materie.
L’Associazione radicale certi diritti ci ha creduto da sempre, e si è impegnata a far si che questa strada diventasse non sostitutiva ma complementare a quella che continuiamo a considerare maestra, del riconoscimento del diritto al matrimonio civile per tutti e tutte, eventualmente integrato con la regolamentazione delle convivenze.
Il rigoglio delle iniziative e le tante confusioni, linguistiche e politiche, che su queste materie si sono moltiplicate necessitano di qualche precisazione. Per chiarirci le idee, modulare l’iniziativa politica e tarare le aspettative su obiettivi raggiungibili e misurabili, non solo su parole d’ordine. Al riparo dalle strumentalizzazioni mediatiche che - novità della novità! – si affacciano anche dalle parti delle sinistre vincenti.
Vado per punti, magari in modo un po’ apodittico, ma penso che lo schematismo possa aiutare a capirci meglio.
Complementare, non sostitutivo
A condizione di risultare ripetitivo conviene risottolineare che stiamo parlando di una strategia complementare e non sostitutiva in materia di diritti delle coppie non unite in matrimonio. Come è noto il diritto civile, così come l’anagrafe e lo stato civile, sono di competenza esclusiva dello Stato. Su queste materie le Regioni e gli Enti Locali non possono intervenire. Ma possono utilizzare gli strumenti che le leggi già offrono. In altre parole: nessuna Regione ne alcun Comune italiano potranno mai riconoscere matrimoni o convivenze con tutto quello che ne consegue sul piano civilistico, ma possono aggirare l’ostacolo operando nelle materie di propria competenza, per azzerare od attenuare la disparità di trattamento tra coppie matrimoniali e coppie non matrimoniali.
Il dito e la luna
Da questo punto di vista l’obiettivo principale degli interventi delle Regioni e degli Enti locali deve essere quello di modificare le politiche ed i programmi di intervento, e NON può esaurirsi nel rilascio del certificato anagrafico di famiglia per vincolo affettivo o, peggio ancora, nell’istituzione del registro delle unioni civili. Il certificato, e il registro, sono il dito, mentre la luna sono tutte quelle piccole/grandi riforme che in ciascun ambito tematico possono essere operate secondo le competenze proprie dell’Ente. In questo sta la vera novità dei provvedimenti della Regione Emilia Romagna e del Comune di Torino: entrambi hanno considerato il certificato di stato di famiglia per quello che esso rappresenta, ovvero un semplice strumento per identificare le coppie non matrimoniali, cercando di distinguerle dalle semplici coppie conviventi e valorizzando il vincolo affettivo. Ma il punto principale del passo compiuto è innanzitutto l’aver riconosciuto pari dignità alle forme familiari, e, soprattutto, aver operato per estendere diritti e doveri (benefici e costi) oggi appannaggio solo delle coppie matrimoniali anche alle coppie non unite in matrimonio. Questa è, e deve diventare a mio avviso, anche la parte sostanziale più rilevante delle proposte oggi all’esame dei consigli comunali o delle proposte di iniziativa popolare.
Registro versus stato di famiglia
Chiarito che l’obiettivo è quello della riforma delle politiche e dei programmi di intervento, e che stato di famiglia per vincolo affettivo o registro delle unioni sono strumenti differenti nella forma ma con effetti sostanzialmente uguali per l’obiettivo del riconoscimento delle coppie non unite da matrimonio come soggetti di diritti e doveri, dichiaro subito la mia preferenza per lo stato di famiglia. Non ho alcun motivo giuridico o politico particolare, ma una paio di semplici constatazioni sulle quali sarebbe meglio riflettere un minuto di più.
Lo stato di famiglia per vincolo affettivo è più facile da ottenere e, allo stato, può essere rilasciato dalle anagrafi senza l’approvazione da parte dei comuni di particolari regolamenti. Lo fanno già alcuni comuni italiani, e nei comuni nei quali è stato necessario approvare un apposito regolamento o deliberazione (sto parlando anche di Torino) si è trattato di un “pegno” da pagare ad ufficiali dello stato civile che non paghi di una legge e di un regolamento anagrafico chiarissimo in materia (DPR 223/89) avevano bisogno di una ulteriore “copertura” politica da parte dell’organo elettivo. La cosa non deve stupire, e se questa è la strada da seguire anche in altri comuni che si proceda pure, a condizione di non scambiare obiettivo con strumento.
In secondo luogo gli stati di famiglia per vincolo affettivo sono codificati in uno strumento legislativo nazionale, che deve essere semplicemente applicato. Mentre i registri sono “appesi” a norme di altra natura, che risiedono, certo, nell’autonomia degli Enti Locali, ma che creano un “recinto” di cui non se ne sente l’esigenza né l’utilità in sé.
Perché quindi in Italia si continua a parlare di registri? Per due motivi: il primo è figlio di quella semplificazione linguistica che porta i media a non andare tanto per il sottile. I registri sono stati un obiettivo per tanti anni dell’Arcigay (soprattutto dell’Arcigay) che peraltro ha sempre avuto ben chiaro il valore ed anche il limite di questo strumento se non accompagnato dalla riforma delle politiche. Ma soprattutto se si vuole avere visibilità su questo tema è più facile se sbandieri il registro che un semplice stato di famiglia. Un po’ come le destre che quando parlano di queste materie evocano sempre i matrimoni gay e gli sfracelli socio-antropoligici che ne deriverebbero. La novità di questi ultimi tempi – la novità della novità, appunto - è che da più esponenti delle sinistre vittoriose si è affacciata la richiesta di parlare di registri, senza tanto sottilizzare. Perché scontrarsi in consiglio comunale sul registro dà maggiore visibilità che semplicemente applicare il regolamento anagrafico e modificare le politiche sulla famiglia. Credo che si debba fare grandissima attenzione a non alimentare oltre una certa misura il bisogno di visibilità mediatica di cui tutti siamo drogati (anche i gruppi lgbt) perché se alla forma non è legata sostanza poi capita che ai registri non si iscrive nessuno perché nessuno diritto reale viene esteso alle coppie non matrimoniali.
Doveri e non solo diritti
Spero davvero di non dover più ascoltare, o leggere, banalità come “il riconoscimento delle convivenze è una fregatura perché mi fa perdere punti nella lista di attesa per l’accesso all’asilo” o peggio ancora ascoltare quei soloni da bar sport che si accorgono ora che la legge italiana consente di estendere, da tempo, i doveri di assistenza reciproca anche ai conviventi. Chiedere l’estensione del matrimonio civile alle coppie tra persone dello stesso sesso, ma anche chiedere il riconoscimento delle convivenze, porta con sé, necessariamente, una quota di diritti e una quota di doveri, ed è bene che sia così. E’ un bene per la coppia ed è un bene per la società. Chi non vuole “perdere” benefici indiretti non chieda riconoscimenti. La regola è semplice da capire, e vale per tutti e tutte.
Ma quali sono questi diritti
Molti più di quelli che ci si possa aspettare. E la cosa notevole è che ce ne sono alcuni che sono già esigibili, anche senza il rilascio di stati civili o iscrizione a registri particolari. Su questo rinvio alla prossima pubblicazione di un vero e proprio manuale che l’Associazione Radicale certi Diritti insieme all’Associazione Luca Coscioni e sotto la guida magistrale di Bruno De Filippis sta per pubblicare con Stampa Alternativa.
Anche su questa materia, comunque, qualche parola di chiarezza deve essere detta: dimenticate testamenti, successioni, questioni patrimoniali e pensioni di reversibilità, per i quali ovviamente comuni e regioni non possono in alcun modo intervenire coi propri provvedimenti. E cominciamo invece a lavorare su tutte le materie nelle quali si può concretamente intervenire provando l’esistenza del nucleo familiare non unito in matrimonio con un semplice stato di famiglia (o con l’iscrizione al registro se proprio vi piace di più). Assistenza e sanità, casa, diritti del personale dipendente, istruzione e formazione, sono le prime aree di intervento nelle quali con un lavoro magari faticoso ma necessario dobbiamo andare a scovare condizioni di privilegio non giustificato per le coppie matrimoniali ed estendere a tutte le famiglie, anche quelle senza matrimonio. Impossibile elencare la casistica, ma vi posso assicurare che la rilettura degli atti di programmazione di regioni e comuni in queste materie può farci scoprire cose utili davvero, e non solo dichiarazioni di principio. In questo senso è appena iniziato questo lavoro col Comune di Torino, ma sicuramente la norma con più diretto impatto è quella della Regione Emilia Romagna.
Stiamo facendo il gioco degli altri?
Siamo sicuri che questo tipo di strategia (ottenere da regioni ed enti locali diritti e doveri senza un riconoscimento civilistico delle convivenze e dei matrimoni per le persone dello stesso sesso) non sia un autogol? Che, in fondo, questo tipo di strategia non dia ragione a chi, da più parti, ha predicato che “alcuni diritti” possono essere estesi alle coppie conviventi senza riformare il diritto di famiglia?
Il pericolo esiste, e sono certo che da parte di coloro che questa tesi hanno sostenuto ad un certo punto l’argomento sarà usato. Ma io credo nelle riforme graduali, ovvero credo che la società possa modificare il proprio impianto legislativo ed il quadro dei diritti e dei doveri riconosciuti, anche passo passo, senza la palingenesi del “tutto in una volta”. E questo non perché ci si debba accontentare dei piccoli passi, ma solo perché i “piccoli passi” sono la stategia più efficace ORA IN ITALIA per operare vero cambiamento, politico, istituzionale, sociale e culturale. Basta guardare alla tradizione radicale (di cui siamo figli naturali e legittimi) in materia per comprendere che il doppio registro di intervento non è mai una rinuncia, ma una semplice strategia.
Magari tra qualche tempo la situazione cambia, e noi dovremo essere pronti a cambiare con essa. E magari l’altra strategia costruita in questi anni, quella delle cause pilota, porterà maggiori risultati di quelli fino ad ora ottenuti. La litigation strategy rimane per noi di CD il primo pilastro dell’azione per l’uguaglianza sostanziale e non solo formale delle persone lgbt in Italia. Non esiste una priorità, ne temporale ne contenutistica tra i due pilastri, ma una unica di finalità che a me pare del tutto evidente, oltre che necessaria.
Su come si stia costruendo in Italia il primo pilastro, ovvero la strategia delle cause pilota, magari qualche osservazione è altrettanto necessaria. Giusto per alimentare quel confronto sulle strategie che in Italia o manca del tutto o è drogato dalla solita, miope e bulimica fame di visibilità mediatica da cui tutti e tutte, chi più e chi meno, dobbiamo una buona volta liberarci.
Enzo Cucco
Associazione radicale certi diritti
lunedì 27 febbraio 2012
venerdì 16 dicembre 2011
GOVERNO MONTI, UNAR E LOTTA ALLE DISCRIMINAZIONI
Lo scorso 13 dicembre il Governo ha assegnato ad Andrea Riccardi alcune funzioni di grande rilievo nell’ambito delle politiche sociali, tra cui quelle sulla famiglia, sulle tossicodipendenze e sull’UNAR, l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali, ed ha riconfermato ad Elsa Fornero le funzioni sulle pari opportunità.
Va ricordato che l’attuale Governo ha ridotto in modo molto consistente il numero dei Ministri (sia con portafoglio che senza), e tenendo presente la scadenza della legislatura, l’impressionante mole di lavoro e di responsabilità a carico di ciascuno e la oggettiva scarsità di funzioni assegnate ad alcuni dei Sottosegretari e Viceministri, una ridefinizione delle attribuzioni era necessaria.
Ma perché allontanare l’UNAR dalle pari opportunità?
Questa distinzione appare in controtendenza rispetto all’evoluzione che tutto questo ambito di politiche (ma anche di norme) ha subito e sta subendo in tutt’Europa. Come è noto l’Italia ha prodotto un corpo di norme significativo ed all’avanguardia nell’ambito delle pari opportunità tra uomo e donna, ma manca del tutto di una norma specifica per la lotta contro tutte le forme di discriminazione, oltre alle due leggi di recepimento delle direttive comunitarie del 2000. La carenza normativa e l’assenza di un soggetto terzo per l’intervento in materia di lotta alle discriminazioni sono stati per anni i motivi sia delle critiche europee che dell’assenza di una vera politica nazionale sulla materia. Di questa situazione era perfettamente consapevole sia il Ministro Carfagna che l’UNAR a cui dobbiamo riconoscere di aver fatto letteralmente dei miracoli per recuperare nell’ambito delle politiche e degli interventi concreti quello che sul piano normativo non poteva essere recuperato. Prima di tutto la facoltà di intervenire su tutte le sei aree di potenziale discriminazione previste dall’articolo 19 dei Trattato dell’Unione (genere, orientamento sessuale, età, disabilità, religione e credenze personali, origine etniche e nazionali) e non solo in materia di razzismo, come la missione iniziale prevedeva.
Unire l’UNAR al Ministero “della cooperazione internazionale e integrazione” sembra re-spingere queste politiche nell’alveo di quelle contro il razzismo, con la conseguenza che le pari opportunità tornano ad essere esclusivamente quelle “classiche” tra uomo e donna. E’ così, o si tratta solo di un effetto ottico dovuto ad una redistribuzione di funzioni basata su logiche politiche e non su una razionale trattazione delle materie in oggetto?
Spero di essere smentito, magari anche solo leggendo il testo dei decreti di delega che ancora non si conoscono, e sono certo che la qualità del Ministro Riccardi e l’indiscussa consapevolezza e dedizione che l’UNAR ha dimostrato negli ultimi anni nel gestire una materia tanto incandescente, sapranno non solo dissipare ogni ombra ma anche far procedere l’Italia nella direzione di quelle riforme che in tutta Europa ormai sono concretezza da anni. Non ci sono ne i tempi né le condizioni politiche per intervenire sulla legislazione italiana in modo organico, ma molto si può fare sulle politiche e soprattutto si deve tentare di istituire quel soggetto indipendente dal Governo che, assorbendo l’UNAR e magari qualche altra istituzione di parità, sappia farci fare quel passo avanti di cui abbiamo bisogno.
Saprà il Governo marciare, diviso ma unito, su questo obiettivo? Saprà gestire l’oggettiva sovrapposizione di due Ministeri su una materia che, nella sostanza e per molti ambiti non solo sono sovrapponibili ma necessitano di integrazione?
Enzo Cucco
15/12/2011
Va ricordato che l’attuale Governo ha ridotto in modo molto consistente il numero dei Ministri (sia con portafoglio che senza), e tenendo presente la scadenza della legislatura, l’impressionante mole di lavoro e di responsabilità a carico di ciascuno e la oggettiva scarsità di funzioni assegnate ad alcuni dei Sottosegretari e Viceministri, una ridefinizione delle attribuzioni era necessaria.
Ma perché allontanare l’UNAR dalle pari opportunità?
Questa distinzione appare in controtendenza rispetto all’evoluzione che tutto questo ambito di politiche (ma anche di norme) ha subito e sta subendo in tutt’Europa. Come è noto l’Italia ha prodotto un corpo di norme significativo ed all’avanguardia nell’ambito delle pari opportunità tra uomo e donna, ma manca del tutto di una norma specifica per la lotta contro tutte le forme di discriminazione, oltre alle due leggi di recepimento delle direttive comunitarie del 2000. La carenza normativa e l’assenza di un soggetto terzo per l’intervento in materia di lotta alle discriminazioni sono stati per anni i motivi sia delle critiche europee che dell’assenza di una vera politica nazionale sulla materia. Di questa situazione era perfettamente consapevole sia il Ministro Carfagna che l’UNAR a cui dobbiamo riconoscere di aver fatto letteralmente dei miracoli per recuperare nell’ambito delle politiche e degli interventi concreti quello che sul piano normativo non poteva essere recuperato. Prima di tutto la facoltà di intervenire su tutte le sei aree di potenziale discriminazione previste dall’articolo 19 dei Trattato dell’Unione (genere, orientamento sessuale, età, disabilità, religione e credenze personali, origine etniche e nazionali) e non solo in materia di razzismo, come la missione iniziale prevedeva.
Unire l’UNAR al Ministero “della cooperazione internazionale e integrazione” sembra re-spingere queste politiche nell’alveo di quelle contro il razzismo, con la conseguenza che le pari opportunità tornano ad essere esclusivamente quelle “classiche” tra uomo e donna. E’ così, o si tratta solo di un effetto ottico dovuto ad una redistribuzione di funzioni basata su logiche politiche e non su una razionale trattazione delle materie in oggetto?
Spero di essere smentito, magari anche solo leggendo il testo dei decreti di delega che ancora non si conoscono, e sono certo che la qualità del Ministro Riccardi e l’indiscussa consapevolezza e dedizione che l’UNAR ha dimostrato negli ultimi anni nel gestire una materia tanto incandescente, sapranno non solo dissipare ogni ombra ma anche far procedere l’Italia nella direzione di quelle riforme che in tutta Europa ormai sono concretezza da anni. Non ci sono ne i tempi né le condizioni politiche per intervenire sulla legislazione italiana in modo organico, ma molto si può fare sulle politiche e soprattutto si deve tentare di istituire quel soggetto indipendente dal Governo che, assorbendo l’UNAR e magari qualche altra istituzione di parità, sappia farci fare quel passo avanti di cui abbiamo bisogno.
Saprà il Governo marciare, diviso ma unito, su questo obiettivo? Saprà gestire l’oggettiva sovrapposizione di due Ministeri su una materia che, nella sostanza e per molti ambiti non solo sono sovrapponibili ma necessitano di integrazione?
Enzo Cucco
15/12/2011
domenica 18 settembre 2011
OUTING OVVERO DELL'INFANTILISMO CHE C'E' IN NOI
Finché si è trattato delle solite grida dei soliti ignoti su mirabolanti rivelazioni in merito ai gusti sessuali di noti personaggi pubblici (cosa che ciclicamente da molti anni qualcuno annuncia) non ci ho fatto gran caso. Il pettegolezzo, lo dicono autorevoli studiosi di antropologia, fa parte del nostro essere sociale e fin da quando si ha memoria scritta esso ha accompagnato l’ascesa e la caduta dei potenti di turno. Basta leggere anche solo poche pagine di uno qualsiasi degli storici latini.
Viviamo tempi in cui del pettegolezzo si è fatto mercato, anzi a dire il vero un mercato del genere c’è sempre stato, solo che negli ultimi anni è diventato pubblico e tende ad assumere connotazioni pervasive dei meccanismi della comunicazione, così come della vita pubblica, sotto ogni forma conosciuta. Al punto che quasi non si comprende fin dove la circolazione di pettegolezzo abbia come obiettivo quello di influenzare il potere (possedere la conoscenza, anche dei fatti privati dei nostri avversari, è potere ….) o semplicemente vendere se stesso sul mercato del vouyerismo, sempre più attivo e prolifico.
Con queste premesse ho accolto il nuovo annuncio di scandalo che dovrebbe abbattersi su di noi, anzi sui politici colpevoli di essere omofobi, il prossimo 23 settembre: più o meno con lo stesso grado di attenzione che dedico a una copertina un po’ più urlata di uno dei tanti rotocalchi dedicati al genere.
In breve, però, mi sono reso conto che c’era qualcosa di diverso nell’aria. L’ho capito dalle tante prese di posizioni in liste di discussione e/o sui social network di persone di cui ho stima, che ritengo essere maggiorenni e vaccinate rispetto ai meccanismi del mercato della comunicazione, anche di quella legata al mondo gay, lesbico e transessuale nostrano. Quasi tutte le prese di posizione usavano una bella foglia di fico per coprire la vergogna di ricorrere al pettegolezzo come arma e questa foglia sarebbe la teoria dell’outing politico. Ora, pur sfuggendomi il nome dell’ insigne studioso che ha elaborato siffatta teoria e sospettando che di vera foglia di fico si tratti, mi rivolgo ai soliti 10 lettori di questa nota per proporre qualche riflessione in merito.
Pare, infatti, che la teoria dell’outing politico se ne freghi decisamente dei principi e della storia.
Dei principi perché sembra non potersi applicare a questa teoria ne il vecchio adagio (ahimè mai del tutto attecchito in Italia) che “i fini non giustificano i mezzi” ne quel minimo di pratica non violenta della politica che non si limita solo ad evitare l’uso delle mani o delle pistole, ma anche delle parole. Come se gli ultimi vent’anni della storia italiana non abbiano mostrato a sufficienza le conseguenze di linguaggi violenti.
Della storia perché coloro che predicano l’outing politico si sono bellamente dimenticati che la delazione è stata la peggiore arma contro le persone omosessuali da quando l’omosessualità è stata considerata prima peccato e poi reato. E così, in nome di un infausto “chi di omofobia ferisce di outing perisce” son tutti pronti a giustificare l’uso della delazione contro chi, essendo omosessuale non ha le nostre stesse idee. Infatti il nucleo centrale di tale teoria pare sintetizzarsi nell’affermazione che sarebbe giustificato “sputtanare” una persona che vive segretamente la propria omosessualità nel caso in cui la stessa persona predichi, o voti, contro i diritti delle persone omosessuali. Più o meno come “rivelare” al mondo che un militante anticaccia continua a mangiar le bistecche dopo aver raccolto le firme per un referendum abrogativo.
Francamente mi sfugge la logica di questo ragionamento, e a coloro che si rifanno a questioni di coerenza (di cui gli statunitensi sarebbero maestri, essendo questa teoria dell’outing politico nata da quelle parti) rispondo che in questo caso la coerenza non c’entra proprio nulla perché pur essendo molto probabile che vi sia una relazione tra il vivere nascostamente la propria omosessualità ed essere contro i diritti lgbt, non esiste alcuna relazione logica tra questo e il passaggio successivo dello sputtanamento.
Se non quello della vendetta. E il desiderio di vendetta è molto umano, perché figlio della rabbia, della frustrazione, del senso di impotenza che tutti sentiamo, me compreso, di fronte alla protervia violenta di chi usa dolosamente ignoranza e pregiudizio per negare l’uguaglianza reale, non solo quella formale, delle persone omosessuali.
Quello che non capisco è come mai sia così scarsa la consapevolezza che queste forme di rivalsa sono risposte infantili ad un problema molto serio, che è quello di sottrarre potere a chi oggi lo usa contro di noi. L’infantilismo di questo atteggiamento a me risulta chiarissimo dalla semplice considerazione che a screditare l’immagine del politico omofobo e omosessuale non ci guadagna proprio nessuno, ne tantomeno la causa dei diritti delle persone omosessuali. Ma solo quei furbetti che su questo pettegolezzo lucrano qualcosa, un po’ di visibilità, forse qualche soldino, ma non molto di più.
Insomma, il cosiddetto outing politico prima che essere sbagliato è inutile.
E’ così difficile da capire?
Enzo Cucco
Viviamo tempi in cui del pettegolezzo si è fatto mercato, anzi a dire il vero un mercato del genere c’è sempre stato, solo che negli ultimi anni è diventato pubblico e tende ad assumere connotazioni pervasive dei meccanismi della comunicazione, così come della vita pubblica, sotto ogni forma conosciuta. Al punto che quasi non si comprende fin dove la circolazione di pettegolezzo abbia come obiettivo quello di influenzare il potere (possedere la conoscenza, anche dei fatti privati dei nostri avversari, è potere ….) o semplicemente vendere se stesso sul mercato del vouyerismo, sempre più attivo e prolifico.
Con queste premesse ho accolto il nuovo annuncio di scandalo che dovrebbe abbattersi su di noi, anzi sui politici colpevoli di essere omofobi, il prossimo 23 settembre: più o meno con lo stesso grado di attenzione che dedico a una copertina un po’ più urlata di uno dei tanti rotocalchi dedicati al genere.
In breve, però, mi sono reso conto che c’era qualcosa di diverso nell’aria. L’ho capito dalle tante prese di posizioni in liste di discussione e/o sui social network di persone di cui ho stima, che ritengo essere maggiorenni e vaccinate rispetto ai meccanismi del mercato della comunicazione, anche di quella legata al mondo gay, lesbico e transessuale nostrano. Quasi tutte le prese di posizione usavano una bella foglia di fico per coprire la vergogna di ricorrere al pettegolezzo come arma e questa foglia sarebbe la teoria dell’outing politico. Ora, pur sfuggendomi il nome dell’ insigne studioso che ha elaborato siffatta teoria e sospettando che di vera foglia di fico si tratti, mi rivolgo ai soliti 10 lettori di questa nota per proporre qualche riflessione in merito.
Pare, infatti, che la teoria dell’outing politico se ne freghi decisamente dei principi e della storia.
Dei principi perché sembra non potersi applicare a questa teoria ne il vecchio adagio (ahimè mai del tutto attecchito in Italia) che “i fini non giustificano i mezzi” ne quel minimo di pratica non violenta della politica che non si limita solo ad evitare l’uso delle mani o delle pistole, ma anche delle parole. Come se gli ultimi vent’anni della storia italiana non abbiano mostrato a sufficienza le conseguenze di linguaggi violenti.
Della storia perché coloro che predicano l’outing politico si sono bellamente dimenticati che la delazione è stata la peggiore arma contro le persone omosessuali da quando l’omosessualità è stata considerata prima peccato e poi reato. E così, in nome di un infausto “chi di omofobia ferisce di outing perisce” son tutti pronti a giustificare l’uso della delazione contro chi, essendo omosessuale non ha le nostre stesse idee. Infatti il nucleo centrale di tale teoria pare sintetizzarsi nell’affermazione che sarebbe giustificato “sputtanare” una persona che vive segretamente la propria omosessualità nel caso in cui la stessa persona predichi, o voti, contro i diritti delle persone omosessuali. Più o meno come “rivelare” al mondo che un militante anticaccia continua a mangiar le bistecche dopo aver raccolto le firme per un referendum abrogativo.
Francamente mi sfugge la logica di questo ragionamento, e a coloro che si rifanno a questioni di coerenza (di cui gli statunitensi sarebbero maestri, essendo questa teoria dell’outing politico nata da quelle parti) rispondo che in questo caso la coerenza non c’entra proprio nulla perché pur essendo molto probabile che vi sia una relazione tra il vivere nascostamente la propria omosessualità ed essere contro i diritti lgbt, non esiste alcuna relazione logica tra questo e il passaggio successivo dello sputtanamento.
Se non quello della vendetta. E il desiderio di vendetta è molto umano, perché figlio della rabbia, della frustrazione, del senso di impotenza che tutti sentiamo, me compreso, di fronte alla protervia violenta di chi usa dolosamente ignoranza e pregiudizio per negare l’uguaglianza reale, non solo quella formale, delle persone omosessuali.
Quello che non capisco è come mai sia così scarsa la consapevolezza che queste forme di rivalsa sono risposte infantili ad un problema molto serio, che è quello di sottrarre potere a chi oggi lo usa contro di noi. L’infantilismo di questo atteggiamento a me risulta chiarissimo dalla semplice considerazione che a screditare l’immagine del politico omofobo e omosessuale non ci guadagna proprio nessuno, ne tantomeno la causa dei diritti delle persone omosessuali. Ma solo quei furbetti che su questo pettegolezzo lucrano qualcosa, un po’ di visibilità, forse qualche soldino, ma non molto di più.
Insomma, il cosiddetto outing politico prima che essere sbagliato è inutile.
E’ così difficile da capire?
Enzo Cucco
mercoledì 27 luglio 2011
DALL'OMOFOBIA ALLA SESSUOFOBIA - Prolegomeni per una iniziativa radicale in tema di libertà e diritti sessuali della persona
Scrivo queste righe a ridosso dell’ennesimo scandalo di un Parlamento che fa finta di non vedere e non sentire come la società italiana sia cambiata, rigettando una proposta di legge, davvero minima, contro l’omofobia, per tentare di ragionare sui fatti e costruire una iniziativa radicale su questi temi.
Non spreco ulteriori parole in merito a quanto accaduto alla Camera di ieri perché, come al solito, Ainis sul Corriere della Sera del 27 luglio 2011 ha detto sinteticamente tutto quello che davvero è necessario dire. Ma sulla sostanza della materia invece è utile fare qualche riflessione aggiuntiva, perché lo stop di ieri possa diventare una opportunità per riflettere e costruire iniziative fondate nel merito e non solo tentate sulla base di tattiche parlamentari che, ahimè, hanno efficacia pari a zero.
Dico subito che i termini omofobia e sessuofobia non mi entusiasmano: la radice “fobica” di comportamenti di disprezzo, che provocano discriminazione e a volte anche atti violenti, è tutta da dimostrare, e secondo me ridurre tutti questi comportamenti a fobia, ovvero a una fattispecie medico-psichiatrica del nostro agire, confina nella patologia comportamenti che invece sono dannatamente normali. Voglio dire che non nego che questi comportamenti possano avere radici psicologiche (e non solo) ma la cultura ottocentesca e positivista che sta dietro questo tipo di classificazioni non è più sufficiente per spiegare la sessualità che viviamo alla luce di tutto quello che sappiamo dopo decenni di ricerca evoluzionista e neurobiologica. In altri termini, e molto semplificando, la felice intuizione della Arendt sulla “banalità del male” è applicabile anche a questa fattispecie, e non possiamo ridurre la complessità di questi fenomeni ad una risposta (quella penale) che risolve poco o nulla.
So anche che le ferree leggi della semplificazione linguistica in politica e in comunicazione sono ben più forti dei miei purismi, e quindi uso, con i limiti del caso, i due termini cercando di spiegare perché, dato il contesto, è meglio orientarsi sulla lotta contro la sessuofobia, piuttosto che sulla “sola” omofobia.
Tutti noi siamo consapevoli (credo anche i proponenti del pdl alla Camera e molti dei leader del movimento lgbt italiano) che agire solo sulla leva penale è insufficiente e forse anche un pò pericoloso in un paese come l’Italia dove la materia penale è trattata come è trattata. La realtà dei paesi dove queste norme già esistono (anche se in contesti giuridico-sociali differenti) sta lì a dimostrare che reprimere senza comprendere e prevenire non basta.
Vorrei però fare un passo in più e verificare se tutti siamo ugualmente consapevoli che il nostro Paese non sta per nulla vivendo un periodo di particolare recrudescenza di atti omofobici: non abbiamo dati su cui riflettere (né noi né quelli che sostengono il contrario, si badi bene, perché i numeri che circolano non resisterebbero al vaglio di uno studente del primo anno di statistica) ma la comparazione con la realtà europea e l’esperienza (che non ci manca) stanno lì a certificare che oggi vediamo di più gli atti omofobici perché i media li segnalano di più e perché più persone omosessuali denunciano cose che fino a poco tempo fa rimaneva nel privato vergognosamente nascosto della propria esistenza.
Quello che invece è certificato, non dai numeri ma dagli atti politici e dalle dichiarazioni stampa, è che la cultura sessuofoba così definita negli anni ’60 e ’70, è tornata di moda (uso consapevolmente questo termine) e non solo tra la classe politica succube di uno dei tanti vaticani del mondo, ma tra i media e tra la gente. Spero non si faccia l’errore di considerare le dichiarazioni di Buttiglione come l’ultimo rantolo di una cultura perdente ma, propriamente, come il vagito di una vecchia e rinnovata cultura della mortificazione della vita consapevole, e dell’amore responsabile, che torna vincente nelle parole del Ratzinger teologo e papa.
Io credo che per provare a costruire una iniziativa radicale su questi temi, ovvero una iniziativa che guardi con occhi liberali e libertari alla vita ed alla sessualità, si debba fare lo sforzo di uscire dai particolarismi e ricondurre la complessità che abbiamo di fronte innanzitutto ad una consapevolezza, che è quella che ci troviamo di fronte ad una battaglia culturale, quindi sociale e politica, prima ancora che penale e legislativa.
Questo significa che le singole iniziative che si possono (e devono) intraprendere, sono da mantenere saldamente collegate al quadro complessivo di lotta alla sessuofobia in tutte le sue molteplici forme, vecchie o nuove che siano.
Bisogna, forse, avere il coraggio di abbandonare la richiesta del riconoscimento degli atti omofobici come aggravante di una norma penale “aggravata” ormai da una miriade di orpelli, per lavorare decisamente sul concetto di “reati di odio”, che è la direzione su cui tutta Europa sta lavorando, anche superando un pregiudizio tutto radicale che porta a confondere i reati d’odio con i reati di opinione. Non è vero che il confine tra questi due reati non esiste, come vogliono far credere i buttiglioniani d’ogni sorta, e dobbiamo offrire il nostro contributo affinché si raggiunga una proposta trasparente ed efficace su questo terreno. Se questo tema debba esser trattato ampliando la Legge Mancino o no, è cosa su cui si può discutere, ma è necessario che diventi consapevolezza comune che nelle società complesse in cui noi viviamo, dove la comunicazione non è solo esercizio di libertà ma anche strumento di manipolazione e censura, questo confine debba essere tracciato, e siano perseguiti quegli atti (anche le parole sono atti) che hanno diretta conseguenza discriminatoria e violenta.
E dobbiamo anche trovare il modo di andare avanti su altri fronti, come quello della legalizzazione della prostituzione, dell’educazione sessuale nelle scuole elementari e medie inferiori (oltre è inutile), della legalizzazione dei rapporti sessuali tra detenuti e loro conviventi, della promozione di una comunicazione non sessuofoba (l’iniziativa di Emma Bonino dell’Osservatorio sull’immagine della donna in RAI va in questa direzione). Senza dimenticare l’importante progetto di riforma del diritto di famiglia già presentato in Parlamento.
Le singole iniziative non ci mancano, e sempre di più ne avremo viste le scelte che l’ultimo Congresso dell’Associazione radicale certi Diritti ha fatto e il grande lavoro che tanti altri soggetti radicali, magari per vie traverse, stanno facendo. Quello che ci manca è un modo per rappresentarle agli altri, una cornice unica, magari una Conferenza dove chiamiamo tutti coloro che potenzialmente sono d’accordo sule nostre tesi e possono diventare sostenitori delle nostre iniziative. Per tornare ad essere riconosciuti come uno dei motori delle riforme in Italia in questo ambito, non solo per il nostro passato ma anche per il futuro nuovo che sappiamo progettare e costruire.
Ed anche per utilizzare la possibilità che si scelga la strada della raccolta di firme su proposte di legge di iniziativa popolare per presentare ad un più vasto pubblico le nostre proposte che abbiamo già presentato o stiamo per presentare in parlamento. Inutile sul piano parlamentare, ma buona occasione per farci conoscere per strada.
Lo slogan lo abbiamo già, è quello della campagna elettorale del 1976 “la tua vita sessuale è solo tua, liberala!”
Enzo Cucco
Non spreco ulteriori parole in merito a quanto accaduto alla Camera di ieri perché, come al solito, Ainis sul Corriere della Sera del 27 luglio 2011 ha detto sinteticamente tutto quello che davvero è necessario dire. Ma sulla sostanza della materia invece è utile fare qualche riflessione aggiuntiva, perché lo stop di ieri possa diventare una opportunità per riflettere e costruire iniziative fondate nel merito e non solo tentate sulla base di tattiche parlamentari che, ahimè, hanno efficacia pari a zero.
Dico subito che i termini omofobia e sessuofobia non mi entusiasmano: la radice “fobica” di comportamenti di disprezzo, che provocano discriminazione e a volte anche atti violenti, è tutta da dimostrare, e secondo me ridurre tutti questi comportamenti a fobia, ovvero a una fattispecie medico-psichiatrica del nostro agire, confina nella patologia comportamenti che invece sono dannatamente normali. Voglio dire che non nego che questi comportamenti possano avere radici psicologiche (e non solo) ma la cultura ottocentesca e positivista che sta dietro questo tipo di classificazioni non è più sufficiente per spiegare la sessualità che viviamo alla luce di tutto quello che sappiamo dopo decenni di ricerca evoluzionista e neurobiologica. In altri termini, e molto semplificando, la felice intuizione della Arendt sulla “banalità del male” è applicabile anche a questa fattispecie, e non possiamo ridurre la complessità di questi fenomeni ad una risposta (quella penale) che risolve poco o nulla.
So anche che le ferree leggi della semplificazione linguistica in politica e in comunicazione sono ben più forti dei miei purismi, e quindi uso, con i limiti del caso, i due termini cercando di spiegare perché, dato il contesto, è meglio orientarsi sulla lotta contro la sessuofobia, piuttosto che sulla “sola” omofobia.
Tutti noi siamo consapevoli (credo anche i proponenti del pdl alla Camera e molti dei leader del movimento lgbt italiano) che agire solo sulla leva penale è insufficiente e forse anche un pò pericoloso in un paese come l’Italia dove la materia penale è trattata come è trattata. La realtà dei paesi dove queste norme già esistono (anche se in contesti giuridico-sociali differenti) sta lì a dimostrare che reprimere senza comprendere e prevenire non basta.
Vorrei però fare un passo in più e verificare se tutti siamo ugualmente consapevoli che il nostro Paese non sta per nulla vivendo un periodo di particolare recrudescenza di atti omofobici: non abbiamo dati su cui riflettere (né noi né quelli che sostengono il contrario, si badi bene, perché i numeri che circolano non resisterebbero al vaglio di uno studente del primo anno di statistica) ma la comparazione con la realtà europea e l’esperienza (che non ci manca) stanno lì a certificare che oggi vediamo di più gli atti omofobici perché i media li segnalano di più e perché più persone omosessuali denunciano cose che fino a poco tempo fa rimaneva nel privato vergognosamente nascosto della propria esistenza.
Quello che invece è certificato, non dai numeri ma dagli atti politici e dalle dichiarazioni stampa, è che la cultura sessuofoba così definita negli anni ’60 e ’70, è tornata di moda (uso consapevolmente questo termine) e non solo tra la classe politica succube di uno dei tanti vaticani del mondo, ma tra i media e tra la gente. Spero non si faccia l’errore di considerare le dichiarazioni di Buttiglione come l’ultimo rantolo di una cultura perdente ma, propriamente, come il vagito di una vecchia e rinnovata cultura della mortificazione della vita consapevole, e dell’amore responsabile, che torna vincente nelle parole del Ratzinger teologo e papa.
Io credo che per provare a costruire una iniziativa radicale su questi temi, ovvero una iniziativa che guardi con occhi liberali e libertari alla vita ed alla sessualità, si debba fare lo sforzo di uscire dai particolarismi e ricondurre la complessità che abbiamo di fronte innanzitutto ad una consapevolezza, che è quella che ci troviamo di fronte ad una battaglia culturale, quindi sociale e politica, prima ancora che penale e legislativa.
Questo significa che le singole iniziative che si possono (e devono) intraprendere, sono da mantenere saldamente collegate al quadro complessivo di lotta alla sessuofobia in tutte le sue molteplici forme, vecchie o nuove che siano.
Bisogna, forse, avere il coraggio di abbandonare la richiesta del riconoscimento degli atti omofobici come aggravante di una norma penale “aggravata” ormai da una miriade di orpelli, per lavorare decisamente sul concetto di “reati di odio”, che è la direzione su cui tutta Europa sta lavorando, anche superando un pregiudizio tutto radicale che porta a confondere i reati d’odio con i reati di opinione. Non è vero che il confine tra questi due reati non esiste, come vogliono far credere i buttiglioniani d’ogni sorta, e dobbiamo offrire il nostro contributo affinché si raggiunga una proposta trasparente ed efficace su questo terreno. Se questo tema debba esser trattato ampliando la Legge Mancino o no, è cosa su cui si può discutere, ma è necessario che diventi consapevolezza comune che nelle società complesse in cui noi viviamo, dove la comunicazione non è solo esercizio di libertà ma anche strumento di manipolazione e censura, questo confine debba essere tracciato, e siano perseguiti quegli atti (anche le parole sono atti) che hanno diretta conseguenza discriminatoria e violenta.
E dobbiamo anche trovare il modo di andare avanti su altri fronti, come quello della legalizzazione della prostituzione, dell’educazione sessuale nelle scuole elementari e medie inferiori (oltre è inutile), della legalizzazione dei rapporti sessuali tra detenuti e loro conviventi, della promozione di una comunicazione non sessuofoba (l’iniziativa di Emma Bonino dell’Osservatorio sull’immagine della donna in RAI va in questa direzione). Senza dimenticare l’importante progetto di riforma del diritto di famiglia già presentato in Parlamento.
Le singole iniziative non ci mancano, e sempre di più ne avremo viste le scelte che l’ultimo Congresso dell’Associazione radicale certi Diritti ha fatto e il grande lavoro che tanti altri soggetti radicali, magari per vie traverse, stanno facendo. Quello che ci manca è un modo per rappresentarle agli altri, una cornice unica, magari una Conferenza dove chiamiamo tutti coloro che potenzialmente sono d’accordo sule nostre tesi e possono diventare sostenitori delle nostre iniziative. Per tornare ad essere riconosciuti come uno dei motori delle riforme in Italia in questo ambito, non solo per il nostro passato ma anche per il futuro nuovo che sappiamo progettare e costruire.
Ed anche per utilizzare la possibilità che si scelga la strada della raccolta di firme su proposte di legge di iniziativa popolare per presentare ad un più vasto pubblico le nostre proposte che abbiamo già presentato o stiamo per presentare in parlamento. Inutile sul piano parlamentare, ma buona occasione per farci conoscere per strada.
Lo slogan lo abbiamo già, è quello della campagna elettorale del 1976 “la tua vita sessuale è solo tua, liberala!”
Enzo Cucco
lunedì 13 giugno 2011
BENVENUTI NEL GLOBAL PRIDE!
Ora non ci sono più scuse: dopo il fragoroso successo di massa del Roma Europride 2011 spero sia definitivamente chiaro a tutti che siamo nel mezzo di una nuova era per i Pride di massa (diciamo quelli che sono almeno nazionali e/o realizzati nelle grandi capitali del mondo) nei quali l’equilibrio tra marketing e libertà produce un messaggio, semplificato ed efficacissimo, che raggiunge una massa di persone prima impensabile per il movimento lgbt.
Pensate, infatti, al centinaio di milioni di persone che, in tutto il mondo, sono state almeno toccate dal messaggio di Lady Gaga a Roma per Europride, e vi renderete conto che siamo di fronte ad un momento unico nella storia della comunicazione sui diritti delle persone lgbt. Non è la prima volta, ovviamente, che lo star system ha fatto proprie le richieste del movimento, ma mai come a Roma si è materializzata quella fortunata combinazione di cause per cui quell’evento lì, proprio quello, passerà alla storia per la sua unicità: una vera star globale, non quelle con un glorioso passato alle spalle o consistenti speranze nel futuro, lucidamente consapevole dei propri limiti al punto che lei stessa ci avvisa che la “ festa” non basta, ma al tempo stesso “politica” come nessuna altra star globale sia mai stata, che a Roma, capitale del fondamentalismo cattolico e cristiano, si espone e al tempo stesso riafferma la propria leadership mediatica sui temi della liberta sessuale, non si era mai vista.
Sono convinto che Lady Gaga stia costruendo una personale modalità di esposizione che è un caso di scuola assoluto nella storia delle social celebrities (anche al di là della scelta dei temi lgbt come terreno di sviluppo della propria personalità e del proprio business) ma anche, paradossalmente, che in Italia il più attrezzato per capire fino in fondo il significato di questi eventi sia proprio Berlusconi. Anche se la sua innegabile competenza comunicativa è ormai offuscata dagli interessi personali e dalla volontà di non dispiacere le autorità vaticane.
Questo sviluppo mass-mediatico (nel senso letterale delle parole) dei Pride era già visibile da tempo, e se guardiamo alla nostra storia ci renderemo conto che questo passaggio è attuale anche in Italia, almeno dal World Pride di Roma del 2000. Ed è, a mio avviso, una evoluzione naturale e quasi scontata di un evento che, di per sé, mettendo insieme il tema della visibilità e della libertà, non poteva non incrociarsi con lo sviluppo dello show business e del marketing socialmente responsabile. Stiamo parlando, è bene ricordarlo, di fenomeni di massa, che di per sé sono possibili solo dopo anni di “avanguardia” (politica e comunicativa) sul tema. La comunicazione e il marketing, infatti, vengono solo dopo che il terreno è stato arato e fecondato da anni di iniziative, solitarie e minoritarie. Questi eventi certificano infatti un successo già raggiunto, e lo fortificano: il successo della dignità e dell’uguaglianza delle persone lgbt nella società italiana, che distonicamente riflette il silenzio istituzionale, anzi direi dell’intera classe dirigente del Paese, che fa finta che nulla sia capitato, o riduce tutto alle “solite canzonette”.
La società italiana, quindi, è pienamente europea e occidentale, e questa manifestazione lo ha dimostrato. Stupisce, invece che nessuno si accorga della nostra, solita, anomalia: in tutta Europa l’organizzazione di questi eventi è affidata ad organizzazioni che, di fatto, sono imprese che operano nello show business, o dintorni. Solo da noi politica e affari si sovrappongono al punto tale che i soggetti coincidono. Non lo segnalo a detrimento degli organizzatori dell’Europride, che hanno dato il meglio di se stessi oltre ogni aspettativa, ma è un fatto che solo da noi, affari e politica, sempre maledetti, continuano a viaggiare assieme, nel bene (come per l’Europride) e nel male (e qui lascio a voi individuare l’esempio migliore).
Di fronte a questa realtà le critiche amarognole che circolano abbondanti sulla presenza di Lady Gaga (sul tovagliato chic che si è messa addosso, sullo sfrenato citazionismo del suo design scenico, sull’esile struttura del suo discorso …. ) o lo sguardo preoccupato di chi (ed io per primo son caduto nella trappola) guardandosi con gli occhi di chi sta per dire “ ... non ci son più i Pride di una volta ...” si domanda come è potuto capitare che il messaggio politico del Pride sia diventato appannaggio di una star della musica pop, e le pur fondate rimostranze sulle smagliature organizzative (chi non ne ha per eventi di questa portata?) sono poco o nulla.
Gli organizzatori di questo Europride (a cui va tutta la mia gratitudine) e l’intero movimento lgbt italiano sono perfettamente consapevoli che un tale successo porta con se maggiori responsabilità per il futuro. Perché il passaggio tra piazze piene e uguaglianza vera non è ne scontato ne facile.
Sarà interessante vedere, per esempio, quante persone andranno davanti al Parlamento nel giorno in cui si comincerà la discussione sui pdl anti-omofobia, a partire dalla maratona organizzata dall’Associazione radicale Certi Diritti. O quali altre iniziative di pressione e lobby riusciremo a mettere insieme nei prossimi tempi.
Adesso comincia il vero spettacolo: sul proscenio ci siamo noi.
Enzo Cucco
gayindependent.blogspot.com/
PS: posso per favore chiedere che siano bandite da tutti i Pride italiani le canzoni di quella coda di paglia di Renato Zero?
PPSS: Spero che EPOA trovi il modo per ringraziare sul serio gli organizzatori italiani per la straordinaria risonanza mondiale che la presenza della Lady gli ha regalato.
PPPSSS: peccato che in quella splendida manifestazione la realtà torinese (le associazioni, il Comune e la rete Ready, i locali, l’esperienza unitaria di questi anni) fosse completamente assente ....
Pensate, infatti, al centinaio di milioni di persone che, in tutto il mondo, sono state almeno toccate dal messaggio di Lady Gaga a Roma per Europride, e vi renderete conto che siamo di fronte ad un momento unico nella storia della comunicazione sui diritti delle persone lgbt. Non è la prima volta, ovviamente, che lo star system ha fatto proprie le richieste del movimento, ma mai come a Roma si è materializzata quella fortunata combinazione di cause per cui quell’evento lì, proprio quello, passerà alla storia per la sua unicità: una vera star globale, non quelle con un glorioso passato alle spalle o consistenti speranze nel futuro, lucidamente consapevole dei propri limiti al punto che lei stessa ci avvisa che la “ festa” non basta, ma al tempo stesso “politica” come nessuna altra star globale sia mai stata, che a Roma, capitale del fondamentalismo cattolico e cristiano, si espone e al tempo stesso riafferma la propria leadership mediatica sui temi della liberta sessuale, non si era mai vista.
Sono convinto che Lady Gaga stia costruendo una personale modalità di esposizione che è un caso di scuola assoluto nella storia delle social celebrities (anche al di là della scelta dei temi lgbt come terreno di sviluppo della propria personalità e del proprio business) ma anche, paradossalmente, che in Italia il più attrezzato per capire fino in fondo il significato di questi eventi sia proprio Berlusconi. Anche se la sua innegabile competenza comunicativa è ormai offuscata dagli interessi personali e dalla volontà di non dispiacere le autorità vaticane.
Questo sviluppo mass-mediatico (nel senso letterale delle parole) dei Pride era già visibile da tempo, e se guardiamo alla nostra storia ci renderemo conto che questo passaggio è attuale anche in Italia, almeno dal World Pride di Roma del 2000. Ed è, a mio avviso, una evoluzione naturale e quasi scontata di un evento che, di per sé, mettendo insieme il tema della visibilità e della libertà, non poteva non incrociarsi con lo sviluppo dello show business e del marketing socialmente responsabile. Stiamo parlando, è bene ricordarlo, di fenomeni di massa, che di per sé sono possibili solo dopo anni di “avanguardia” (politica e comunicativa) sul tema. La comunicazione e il marketing, infatti, vengono solo dopo che il terreno è stato arato e fecondato da anni di iniziative, solitarie e minoritarie. Questi eventi certificano infatti un successo già raggiunto, e lo fortificano: il successo della dignità e dell’uguaglianza delle persone lgbt nella società italiana, che distonicamente riflette il silenzio istituzionale, anzi direi dell’intera classe dirigente del Paese, che fa finta che nulla sia capitato, o riduce tutto alle “solite canzonette”.
La società italiana, quindi, è pienamente europea e occidentale, e questa manifestazione lo ha dimostrato. Stupisce, invece che nessuno si accorga della nostra, solita, anomalia: in tutta Europa l’organizzazione di questi eventi è affidata ad organizzazioni che, di fatto, sono imprese che operano nello show business, o dintorni. Solo da noi politica e affari si sovrappongono al punto tale che i soggetti coincidono. Non lo segnalo a detrimento degli organizzatori dell’Europride, che hanno dato il meglio di se stessi oltre ogni aspettativa, ma è un fatto che solo da noi, affari e politica, sempre maledetti, continuano a viaggiare assieme, nel bene (come per l’Europride) e nel male (e qui lascio a voi individuare l’esempio migliore).
Di fronte a questa realtà le critiche amarognole che circolano abbondanti sulla presenza di Lady Gaga (sul tovagliato chic che si è messa addosso, sullo sfrenato citazionismo del suo design scenico, sull’esile struttura del suo discorso …. ) o lo sguardo preoccupato di chi (ed io per primo son caduto nella trappola) guardandosi con gli occhi di chi sta per dire “ ... non ci son più i Pride di una volta ...” si domanda come è potuto capitare che il messaggio politico del Pride sia diventato appannaggio di una star della musica pop, e le pur fondate rimostranze sulle smagliature organizzative (chi non ne ha per eventi di questa portata?) sono poco o nulla.
Gli organizzatori di questo Europride (a cui va tutta la mia gratitudine) e l’intero movimento lgbt italiano sono perfettamente consapevoli che un tale successo porta con se maggiori responsabilità per il futuro. Perché il passaggio tra piazze piene e uguaglianza vera non è ne scontato ne facile.
Sarà interessante vedere, per esempio, quante persone andranno davanti al Parlamento nel giorno in cui si comincerà la discussione sui pdl anti-omofobia, a partire dalla maratona organizzata dall’Associazione radicale Certi Diritti. O quali altre iniziative di pressione e lobby riusciremo a mettere insieme nei prossimi tempi.
Adesso comincia il vero spettacolo: sul proscenio ci siamo noi.
Enzo Cucco
gayindependent.blogspot.com/
PS: posso per favore chiedere che siano bandite da tutti i Pride italiani le canzoni di quella coda di paglia di Renato Zero?
PPSS: Spero che EPOA trovi il modo per ringraziare sul serio gli organizzatori italiani per la straordinaria risonanza mondiale che la presenza della Lady gli ha regalato.
PPPSSS: peccato che in quella splendida manifestazione la realtà torinese (le associazioni, il Comune e la rete Ready, i locali, l’esperienza unitaria di questi anni) fosse completamente assente ....
giovedì 14 aprile 2011
PERCHÉ DOBBIAMO RINGRAZIARE CHIAMPARINO
Vorrei aggiungere la mia voce a quella di coloro che stanno ringraziando Sergio Chiamparino sia per le cose che ha fatto che per le cose che ha dichiarato in materia di diritti delle persone omosessuali e transessuali. Lo potrei fare per tante altre sue posizioni ed iniziative, ma mi limito a questa, non solo perché ho seguito molto da vicino alcune delle vicende in cui il Sindaco si è distinto, ma perché la trovo esemplificativa di molto del suo agire politico.
Comincio dal Pride nazionale, quello che vide nel 2006 una città straordinariamente coinvolta in un anno di iniziative sociali, culturali e politiche, compresa la manifestazione del 17 giugno che non a caso passerà alla storia come una delle più grandi degli ultimi 20 anni insieme a quella del 13 febbraio 2011. Per organizzare quel Pride, gia nel 2005, prendemmo a prestito le parole del sociologo Florida e la sua teoria delle 3 T (Talento, Tecnologia, Tolleranza) segnalando in questo modo a una Città alle prese con la più grande trasformazione economico-sociale dei suoi ultimi 50 anni, che il tema dei diritti e dell’uguaglianza sostanziale delle persone è una degli assi strategici di ogni reale progetto di sviluppo, non una voce tra le “varie” della nuova agenda sociale ed economica.
Pur non rappresentando nulla di particolarmente innovativo nel contesto europeo, questo tema in Italia era e resta una posizione condivisa da pochi, alcuni dei quali la usano solo per farsi belli nelle manifestazioni pubbliche, senza mai concretizzare alcunché.
Il Sindaco, come si ricorderà, non fece mancare il supporto del Comune alle iniziative: un supporto decisivo e convinto, che però è andato di pari passo con la sua personale posizione di presa di distanza dalla manifestazione di strada con argomenti che, curiosamente, mi son tornati in mente leggendo le motivazioni addotte dalla Regione Piemonte nel tentare di giustificare il ritiro del logo regionale alla 26esima edizione del Festival del Cinema lgbt di Torino. Chiamparino disse che la decisione di non essere presente in piazza il 17 giugno derivava dal suo essere Sindaco di tutti, e dal non voler scontentare una parte della cittadinanza, con “diversa sensibilità”. Argomento un po’ leggero, che in realtà noi sappiamo (e pure lui sa bene) essere stato uno degli stratagemmi per tenere insieme pezzi della sua maggioranza che scalpitavano. E tanto hanno scalpitato che poi sono addirittura usciti dal partito e dalla coalizione, senza che né l’uno né l’altra patissero grandi conseguenze negative. Il Pride nazionale non ha scalfito di una virgola la grande vittoria alle elezioni per il secondo turno (svoltesi “solo” qualche settimana prima della manifestazione dopo mesi di polemiche sui giornali), al contrario sono convinto che ha rafforzato, e di molto, la vocazione alla tolleranza e all'accoglienza di una città, e del suo Sindaco.
Dopo è stato tutto più facile, ed anche la disponibilità del Sindaco ad assumere visibilità nazionale su questi temi, schierandosi apertamente e senza tentennamenti dalla parte della piena uguaglianza, prima acconsentendo all’esposizione della bandiera rainbow dal balcone del palazzo municipale nel Pride torinese del 2009 e poi celebrando virtualmente le nozze di Antonella e Deborah. Oltre alla posizione da subito positiva in merito alla proposta di deliberazione di iniziativa popolare in materia di riconoscimento delle unioni civili che ha reso la Città di Torino la prima in Italia ad avere scritto nero su bianco in un proprio Regolamento che le unioni civili hanno gli stessi diritti delle famiglie fondate su matrimonio.
Senza contare la costante attività del Servizio lgbt che ha animato in questi anni, anche su impulso di tutte le Assessore alle Pari Opportunità che si sono succedute (da Eleonora Artesio che lo ha fondato fino a Marta Levi che lo ha guidato con impegno e senza tentennamenti dal Pride nazionale ad oggi), decine di iniziative dentro e fuori il Comune, nelle scuole, nei servizi pubblici, nei consultori.
Grazie agli anni della Giunta Chiamparino Torino ha rafforzato e sviluppato la sua identità di capitale italiana dei diritti, che il confronto con le altri metropoli non può che esaltare. Su questo non ho alcun dubbio.
Tutto questo, comunque, non nasce dal nulla, e Chiamparino fa parte, perfino nello stile comunicativo, della classe dirigente di questa città che un po’ alla volta si è avvicinata ai temi dei diritti delle persone omosessuali con molta poca retorica e molta concretezza. Questo cammino ha una data di nascita precisa, l’8 giugno del 1979, giorno in cui il Sindaco Novelli riceve la delegazione del Fuori!, prima volta che in Italia un Sindaco accoglie questa richiesta. Assecondando le scelte politiche del tutto nuove fatte nel suo Congresso dell’anno precedente, l’allora movimento nazionale di liberazione omosessuale inaugura con l’incontro con Novelli una nuova stagione politica del movimento, mettendo al centro i diritti e il confronto con le Istituzioni. E Novelli, a modo suo, coglie la sfida, incontra la delegazione e non si oppone a che ben tre Assessori della sua Giunta (Gianni Dolino, Angela Migliasso e Giorgio Balmas ) passassero dalle dichiarazioni di principio ai fatti. E furono anni di belle iniziative.
Certo, c’era stata la batosta delle elezioni del 1979 che fece aprire gli occhi al Pci di allora sulle cosiddette “nuove istanze sociali”. E il PCI torinese fu all’avanguardia su questi temi, anche grazie al segretario della Federazione provinciale del PCI di quegli anni, Giuliano Ferrara (si, lui ...) che nel settembre del 1979 organizzò, primo in Italia, un dibattito sull’omosessualità durante il Festival cittadino dell’Unità.
Chiamparino era allora vicino a quella corrente (non è questa la parola ufficiale, ma così ci intendiamo meglio) chiamata riformista o migliorista (Amendola, Napolitano, Macaluso … ) che pur con tutti i suoi limiti e le sue timidezze, ha senza dubbio rappresentato per anni l’anima socialdemocratica ed europeista di quel partito. Un’anima che ha perso la sua battaglia, ma che ha seminato quelle sensibilità che hanno reso più comprensibile alla sinistra italiana l’autentica portata costruttiva dei movimenti delle donne e degli omosessuali sul tema dell’ affermazione dei diritti e della responsabilità dei singoli individui (nell’accezione borghese e illuminista dei termini) e non solo nella parte distruttiva di critica al potere maschile e patriarcale.
Io riconosco nelle scelte di Chiamparino sui temi dei diritti delle persone gay, lesbiche e transessuali, la fedeltà a quella cultura riformista che in Italia ha avuto vita grama, schiacciata tra i contrapposti conservatorismi cattolico e comunista. Di quella tradizione socialdemocratica che non ha avuto paura della modernità e del progresso, e che purtroppo l'Italia non ha conosciuto se non i alcune gloriose eccezioni, tra cui quella radicale.
Visto in questa prospettiva il grazie a Chiamparino assume anche il colore di buona fortuna e augurio per il futuro della nostra città e del nostro paese: in fondo basta credere nel futuro, e impegnarsi in prima persona senza farsi troppo abbattere dagli inciampi nella cronaca politica e culturale: solo così vedremo cambiare le cose. In meglio.
Enzo Cucco
http://gayindependent.blogspot.com/
15 aprile 2011
Comincio dal Pride nazionale, quello che vide nel 2006 una città straordinariamente coinvolta in un anno di iniziative sociali, culturali e politiche, compresa la manifestazione del 17 giugno che non a caso passerà alla storia come una delle più grandi degli ultimi 20 anni insieme a quella del 13 febbraio 2011. Per organizzare quel Pride, gia nel 2005, prendemmo a prestito le parole del sociologo Florida e la sua teoria delle 3 T (Talento, Tecnologia, Tolleranza) segnalando in questo modo a una Città alle prese con la più grande trasformazione economico-sociale dei suoi ultimi 50 anni, che il tema dei diritti e dell’uguaglianza sostanziale delle persone è una degli assi strategici di ogni reale progetto di sviluppo, non una voce tra le “varie” della nuova agenda sociale ed economica.
Pur non rappresentando nulla di particolarmente innovativo nel contesto europeo, questo tema in Italia era e resta una posizione condivisa da pochi, alcuni dei quali la usano solo per farsi belli nelle manifestazioni pubbliche, senza mai concretizzare alcunché.
Il Sindaco, come si ricorderà, non fece mancare il supporto del Comune alle iniziative: un supporto decisivo e convinto, che però è andato di pari passo con la sua personale posizione di presa di distanza dalla manifestazione di strada con argomenti che, curiosamente, mi son tornati in mente leggendo le motivazioni addotte dalla Regione Piemonte nel tentare di giustificare il ritiro del logo regionale alla 26esima edizione del Festival del Cinema lgbt di Torino. Chiamparino disse che la decisione di non essere presente in piazza il 17 giugno derivava dal suo essere Sindaco di tutti, e dal non voler scontentare una parte della cittadinanza, con “diversa sensibilità”. Argomento un po’ leggero, che in realtà noi sappiamo (e pure lui sa bene) essere stato uno degli stratagemmi per tenere insieme pezzi della sua maggioranza che scalpitavano. E tanto hanno scalpitato che poi sono addirittura usciti dal partito e dalla coalizione, senza che né l’uno né l’altra patissero grandi conseguenze negative. Il Pride nazionale non ha scalfito di una virgola la grande vittoria alle elezioni per il secondo turno (svoltesi “solo” qualche settimana prima della manifestazione dopo mesi di polemiche sui giornali), al contrario sono convinto che ha rafforzato, e di molto, la vocazione alla tolleranza e all'accoglienza di una città, e del suo Sindaco.
Dopo è stato tutto più facile, ed anche la disponibilità del Sindaco ad assumere visibilità nazionale su questi temi, schierandosi apertamente e senza tentennamenti dalla parte della piena uguaglianza, prima acconsentendo all’esposizione della bandiera rainbow dal balcone del palazzo municipale nel Pride torinese del 2009 e poi celebrando virtualmente le nozze di Antonella e Deborah. Oltre alla posizione da subito positiva in merito alla proposta di deliberazione di iniziativa popolare in materia di riconoscimento delle unioni civili che ha reso la Città di Torino la prima in Italia ad avere scritto nero su bianco in un proprio Regolamento che le unioni civili hanno gli stessi diritti delle famiglie fondate su matrimonio.
Senza contare la costante attività del Servizio lgbt che ha animato in questi anni, anche su impulso di tutte le Assessore alle Pari Opportunità che si sono succedute (da Eleonora Artesio che lo ha fondato fino a Marta Levi che lo ha guidato con impegno e senza tentennamenti dal Pride nazionale ad oggi), decine di iniziative dentro e fuori il Comune, nelle scuole, nei servizi pubblici, nei consultori.
Grazie agli anni della Giunta Chiamparino Torino ha rafforzato e sviluppato la sua identità di capitale italiana dei diritti, che il confronto con le altri metropoli non può che esaltare. Su questo non ho alcun dubbio.
Tutto questo, comunque, non nasce dal nulla, e Chiamparino fa parte, perfino nello stile comunicativo, della classe dirigente di questa città che un po’ alla volta si è avvicinata ai temi dei diritti delle persone omosessuali con molta poca retorica e molta concretezza. Questo cammino ha una data di nascita precisa, l’8 giugno del 1979, giorno in cui il Sindaco Novelli riceve la delegazione del Fuori!, prima volta che in Italia un Sindaco accoglie questa richiesta. Assecondando le scelte politiche del tutto nuove fatte nel suo Congresso dell’anno precedente, l’allora movimento nazionale di liberazione omosessuale inaugura con l’incontro con Novelli una nuova stagione politica del movimento, mettendo al centro i diritti e il confronto con le Istituzioni. E Novelli, a modo suo, coglie la sfida, incontra la delegazione e non si oppone a che ben tre Assessori della sua Giunta (Gianni Dolino, Angela Migliasso e Giorgio Balmas ) passassero dalle dichiarazioni di principio ai fatti. E furono anni di belle iniziative.
Certo, c’era stata la batosta delle elezioni del 1979 che fece aprire gli occhi al Pci di allora sulle cosiddette “nuove istanze sociali”. E il PCI torinese fu all’avanguardia su questi temi, anche grazie al segretario della Federazione provinciale del PCI di quegli anni, Giuliano Ferrara (si, lui ...) che nel settembre del 1979 organizzò, primo in Italia, un dibattito sull’omosessualità durante il Festival cittadino dell’Unità.
Chiamparino era allora vicino a quella corrente (non è questa la parola ufficiale, ma così ci intendiamo meglio) chiamata riformista o migliorista (Amendola, Napolitano, Macaluso … ) che pur con tutti i suoi limiti e le sue timidezze, ha senza dubbio rappresentato per anni l’anima socialdemocratica ed europeista di quel partito. Un’anima che ha perso la sua battaglia, ma che ha seminato quelle sensibilità che hanno reso più comprensibile alla sinistra italiana l’autentica portata costruttiva dei movimenti delle donne e degli omosessuali sul tema dell’ affermazione dei diritti e della responsabilità dei singoli individui (nell’accezione borghese e illuminista dei termini) e non solo nella parte distruttiva di critica al potere maschile e patriarcale.
Io riconosco nelle scelte di Chiamparino sui temi dei diritti delle persone gay, lesbiche e transessuali, la fedeltà a quella cultura riformista che in Italia ha avuto vita grama, schiacciata tra i contrapposti conservatorismi cattolico e comunista. Di quella tradizione socialdemocratica che non ha avuto paura della modernità e del progresso, e che purtroppo l'Italia non ha conosciuto se non i alcune gloriose eccezioni, tra cui quella radicale.
Visto in questa prospettiva il grazie a Chiamparino assume anche il colore di buona fortuna e augurio per il futuro della nostra città e del nostro paese: in fondo basta credere nel futuro, e impegnarsi in prima persona senza farsi troppo abbattere dagli inciampi nella cronaca politica e culturale: solo così vedremo cambiare le cose. In meglio.
Enzo Cucco
http://gayindependent.blogspot.com/
15 aprile 2011
domenica 23 gennaio 2011
Cattivi pensieri
Stamane sulla seconda pagina de La Stampa è apparso un articolo di Giacomo Galeazzi, noto vaticanista e, pare, vicino a Opus Dei, che ha un incipit perlomeno inquietante: “Niente elezioni anticipate e sganciamento ‘soft’ dal presidente del Consiglio. La prospettiva più accreditata Oltretevere è un altro anno di Berlusconi a Palazzo Chigi (con l’approvazione del ddl Calabrò anti-eutanasia e di altri provvedimenti a difesa di vita, famiglia, libera istruzione) …”.
Che Berlusconi volesse utilizzare i temi cosiddetti “eticamente sensibili” per recuperare il rapporto con Casini era noto, e che ciclicamente gli stessi temi tornino al centro della scena pubblica in funzione strumentale lo è altrettanto: ricordate il violento attacco di Berlusconi contro il Presidente della Repubblica su Eluana?
Ora che l’effetto della pubblicazione delle intercettazioni sulle feste ad Arcore, e l’avvio del relativo procedimento penale, incrinano il fragile equilibrio tra interessi e immagine che da qualche tempo si gioca tra Berlusconi e il Vaticano (entro il quale si inserisce anche il caso Boffo) la prospettiva si fa molto più concreta e potremmo davvero vedere approvati provvedimenti o iniziative che in questi anni sono state annunciate e mai definite.
La disperazione produce le cose peggiori, e senz’altro Berlusconi è di-sperato e deve recuperare al più presto un solido legame con le gerarchie cattoliche che lo hanno sostenuto e supportato con generosità (e con generosità ricambiato) in questi anni.
Saranno mesi molto delicati quelli che ci separano dalle prossime elezioni, e ne vedremo delle belle. Molte delle cose che interessano il Vaticano possono anche non passare attraverso il Parlamento, per esempio i finanziamenti alle scuole private. Ma è su aborto, fine vita e famiglia che si gioca il grosso della partita, sia di contenuto che di immagine. Sul tema aborto basterebbe un piano nazionale per il sostegno alle associazioni antiabortiste, sulla scorta di quanto alcune regioni hanno già stabilito, con l’aggiunta di qualche milione di sostegno. Sul fine vita ci sono i provvedimenti legislativi in discussione in Parlamento. E sulla famiglia? Il quoziente familiare costa troppo caro (stiamo parlando di miliardi di euro) e certo qualche altro intervento economico simbolico può essere inventato, come l’aumento delle detrazioni per figli a carico, un contributo una tantum per ogni figlio che nasce. Magari qualche sostegno più sostanzioso per le famiglie numerose. Cose così… ma da qualche tempo le gerarchie vaticane sono tornate con maggior insistenza sulla condanna di ogni forma di relativismo e contro quelli che sono considerati prodotti del relativismo stesso: l’educazione sessuale, le unioni tra persone dello stesso sesso, le unioni civili tra persone di sesso diverso. E’ su questo terreno che rischiamo di vedere i prossimi provvedimenti. E tra questi una legge che modifichi il codice civile e che affermi l’impossibilità di legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso non è da escludere.
Troppo pessimista? Spero di si.
Enzo Cucco
22 gennaio 2011
Che Berlusconi volesse utilizzare i temi cosiddetti “eticamente sensibili” per recuperare il rapporto con Casini era noto, e che ciclicamente gli stessi temi tornino al centro della scena pubblica in funzione strumentale lo è altrettanto: ricordate il violento attacco di Berlusconi contro il Presidente della Repubblica su Eluana?
Ora che l’effetto della pubblicazione delle intercettazioni sulle feste ad Arcore, e l’avvio del relativo procedimento penale, incrinano il fragile equilibrio tra interessi e immagine che da qualche tempo si gioca tra Berlusconi e il Vaticano (entro il quale si inserisce anche il caso Boffo) la prospettiva si fa molto più concreta e potremmo davvero vedere approvati provvedimenti o iniziative che in questi anni sono state annunciate e mai definite.
La disperazione produce le cose peggiori, e senz’altro Berlusconi è di-sperato e deve recuperare al più presto un solido legame con le gerarchie cattoliche che lo hanno sostenuto e supportato con generosità (e con generosità ricambiato) in questi anni.
Saranno mesi molto delicati quelli che ci separano dalle prossime elezioni, e ne vedremo delle belle. Molte delle cose che interessano il Vaticano possono anche non passare attraverso il Parlamento, per esempio i finanziamenti alle scuole private. Ma è su aborto, fine vita e famiglia che si gioca il grosso della partita, sia di contenuto che di immagine. Sul tema aborto basterebbe un piano nazionale per il sostegno alle associazioni antiabortiste, sulla scorta di quanto alcune regioni hanno già stabilito, con l’aggiunta di qualche milione di sostegno. Sul fine vita ci sono i provvedimenti legislativi in discussione in Parlamento. E sulla famiglia? Il quoziente familiare costa troppo caro (stiamo parlando di miliardi di euro) e certo qualche altro intervento economico simbolico può essere inventato, come l’aumento delle detrazioni per figli a carico, un contributo una tantum per ogni figlio che nasce. Magari qualche sostegno più sostanzioso per le famiglie numerose. Cose così… ma da qualche tempo le gerarchie vaticane sono tornate con maggior insistenza sulla condanna di ogni forma di relativismo e contro quelli che sono considerati prodotti del relativismo stesso: l’educazione sessuale, le unioni tra persone dello stesso sesso, le unioni civili tra persone di sesso diverso. E’ su questo terreno che rischiamo di vedere i prossimi provvedimenti. E tra questi una legge che modifichi il codice civile e che affermi l’impossibilità di legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso non è da escludere.
Troppo pessimista? Spero di si.
Enzo Cucco
22 gennaio 2011
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