Il 26 marzo 2013 si è svolta a Parigi la Conferenza sui diritti delle persone lgbt in Europa, organizzata dal Governo francese con la collaborazione del Governo polacco.
Quella di Parigi, insieme alle prossime due di Brasilia e Katmandu, rappresentano le conferenze regionali promosse dall’ONU per monitorare l’andamento della Risoluzione 17/19 adottata dal Consiglio per i Diritti Umani il 15 giugno 2011 (1) , prima in assoluto prodotta da questo organismo sul tema della prevenzione e contrasto delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere. Il 15 e 16 aprile prossimi ad Oslo (organizzazione a carico di Governo norvegese e Governo sudafricano) ci sarà la conferenza finale, che dovrà sintetizzare le indicazioni pervenute dalle conferenze regionali. Dopo questo appuntamento le procedure di monitoraggio e revisione continueranno in seno al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite per verificare la possibilità di reiterare la Risoluzione, eventualmente modificandola e implementandola.
Giova ricordare che questo percorso va in parallelo con quello attivato dal Consiglio d’Europa per la Raccomandazione sugli stessi temi adottata dal proprio Comitato dei Ministri nel 2010: finito il monitoraggio indipendente realizzato da ILGA Europe (2), e quasi concluso quello ufficiale del Consiglio stesso, sembra che entro l’anno si dovrebbero avere conclusioni in merito alla revisione, e l’eventuale ri-adozione da parte del Comitato. Questa Raccomandazione non va sottovalutata: certo non ha la forza di una vera e propria Convenzione, ma è stata sottoscritta da tutti i ministri europei e – soprattutto – i suoi contenuti sono saldamente ancorati nella giurisprudenza della CEDU che, per effetto di principi giuridici ormai acquisiti, hanno influenza diretta sulla giurisprudenza dei paesi che ne riconoscono la giurisdizione. Spesso lo dimentichiamo ma la sentenza della Corte Costituzionale e le sentenze della Corte di Cassazione italiane sui diritti delle coppie conviventi dello stesso sesso, non sarebbero state possibili senza precedenti pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di Giustizia dell’Unione europea .
I risultati della Conferenza di Parigi (come delle altre conferenze regionali) sono sostanzialmente il riassunto delle questioni ancora aperte (moltissime) che le associazioni coinvolte hanno ampiamente documentato. Non ci sono state, quindi, conclusioni politiche, anche se lo stesso giorno è stata resa nota una lettera aperta, firmata congiuntamente dalla ministra francese, da quella belga e da quella italiana, che esorta i paesi e le organizzazioni a non abbassare la guardia nella lotta per i diritti umani delle persone lgbt, e contro ogni forma di sessuofobia, omofobia e transfobia. Una encomiabile dichiarazione pubblica che si aggiunge ai molti appelli di altissimo livello e di bassissimo impatto concreto (per il momento) che negli ultimi sei mesi si sono succeduti, da Ban-ki-Moon in giù (o in su, scegliete voi). Anche l’inattesa presenza del Ministro Fornero (inattesa dai pochi italiani presenti come da tutte le altre associazioni europee) può essere interpretata come il bicchiere mezzo pieno o come quello mezzo vuoto: io non avevo, e non ho, alcun dubbio sulla sincerità delle parole e dell’impegno personale del Ministro. Ma non possiamo non constatare che i risultati son pochi, e certo non aiuta aver dovuto lavorare con un parlamento sostanzialmente estraneo a queste tematiche (lo dico in generale, fatte salve poche lodevoli eccezioni). Riuscirà, per esempio, il Ministro a formalizzare, nelle pieghe di un Governo in scadenza, con un proprio atto la Strategia nazionale contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere su cui UNAR ha lavorato e le associazioni hanno offerto il loro contributo? E come si fa a non mettere a confronto l’impegno francese con quello italiano? Negli ultimi cinque anni, per iniziativa del Governo Sarkozy che l’attuale Governo Hollande ha confermato e rilanciato, la Francia si è fatta protagonista dell’iniziativa a livello ONU per la cancellazione del reato di omosessualità, ed ha costituito un fondo (insieme a Norvegia e Olanda) per l’implementazione dei diritti delle persone lgbt nel mondo. E non parlo delle iniziative a livello nazionale, come la prossima approvazione della legge sul matrimonio egualitario, l’approvazione già avvenuta della Strategia nazionale per il superamento delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere, e via elencando.(3)
Detto questo è bene non dimenticare i limiti degli organismi che si occupano di diritti umani: è sotto gli occhi di tutti come molti tra i paesi che fanno parte della Consiglio per i Diritti umani delle NU – e dello stesso Consiglio d’Europa – pur avendo sottoscritto le Convenzioni a cui tutti ci richiamiamo, se ne infischiano bellamente delle stesse e non solo continuano a sedere in organismi che dovrebbero censurare e denunciare il loro comportamento (qualche volta lo fanno, ma le conseguenze sono meno che blande) ma li dirigono anche e partecipano alle procedure di definizione dei lavori e dei documenti agendo, ormai in modo ufficiale, per limitarne l’applicazione. Si tratta di una realtà ben conosciuta da chi si occupa di diritti umani che negli anni hanno assistono ad una vera e propria escalation delle strategie difensive dei paesi che calpestano le dichiarazioni internazionali. Oggi l’alleanza tra i regimi totalitari e fondamentalisti (le due caratteristiche vanno SEMPRE insieme) è palese sui temi che concernono le libertà personali di donne e persone lgbt, e può contare su una rete di ONG a cui non mancano nè risorse né competenze per limitare, in alcuni casi bloccare e ridurre al ridicolo, gli interventi e l’efficacia dell’azione internazionale. Un tale blocco coeso, saldato dall’influenza pervasiva delle confessioni religiose, cambia radicalmente lo scenario: non è detto che quanto è stato possibile solo due o tre anni fa oggi lo sia altrettanto. Questo rinnovato attivismo contro i diritti umani ha prodotto un autentico cavallo di Troia: la Risoluzione approvata dal Consiglio per i diritti umani il 21 settembre 2012 su una “migliore comprensione” dei valori tradizionali nell’ambito delle attività necessarie per la promozione dei diritti umani è l’atto formale che tenta di dare copertura legale a queste azioni e rappresenta anche visivamente il fronte dei paesi alleatisi sostanzialmente contro i diritti umani. (4)
Torno però sul tema dei diritti umani delle persone lgbt ed il ruolo degli organismi internazionali: la constatazione che quando parliamo di diritti delle persone lgbt stiamo parlando di diritti umani (concetto che pare incomprensibile ai politici italiani, ed è entrato non da molto nel dibattito giuridico italiano) è ormai acquisita in questi organismi. Questo è un risultato davvero epocale, che le associazioni lgbt (internazionali, nazionali e locali) devono saper difendere, implementare e utilizzare nel loro lavoro quotidiano. E dobbiamo agli estensori degli Yogyakarta Principles (2007) ed al lavoro di ILGA (e ILGA Europe) innanzitutto, l’azione di pressione e sensibilizzazione costante su questo tema.
Per chi crede nel diritto, infatti, questi passi sono fondamentali, niente affatto ultimativi ma essenziali per accompagnare non dico i destini dell’umanità, ma proprio la realtà di tutti i giorni del nostro vivere quotidiano. Si pensi all’impatto che ha avuto la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie da parte dell’OMS!
Il secondo grande risultato ottenuto in questi anni è l’aver ottenuto il pieno riconoscimento delle associazioni lgbt: faceva un certo effetto a Parigi (ma accadrà lo stesso nelle conferenze successive) vedere sullo stesso livello tanti ministri, alti funzionari delle organizzazioni internazionali e delle loro agenzie e i rappresentanti di ILGA Europe, Transgender Europe e molte singole associazioni. Non sono particolarmente sensibile alle manifestazioni di eccessivo giubilo per essere stati finalmente accettati al tavolo dei potenti, ma di certo questo riconoscimento è una opportunità che deve essere utilizzata al meglio. E così è stato a Parigi dove non è stato concesso alcuno sconto ai rappresentanti dei paesi presenti, puntualmente incalzati da fatti e numeri precisi, che spogliati dagli orpelli delle dichiarazioni di principio hanno una forza argomentativa potente.
Detto questo come non provare imbarazzo (fastidio e magari qualche cosa in più) quando si ascolta il Ministro della Giustizia della Serbia che “dimentica” che nel suo paese i Pride non si possono svolgere, o quando parla un esponente del governo ucraino (a Parigi nelle vesti di Paese che detiene la presidenza di turno dell’OCSE) che fa finta di non conoscere la politica apertamente discriminatoria del suo Governo? Anche questi sono i limiti della liturgia ONU, solo parzialmente compensata dal fatto che avendo ILGA spinto per far invitare i rappresentanti delle associazioni di quei paesi, le loro signorie han dovuto rispondere (in genere balbettando) alle puntuali argomentazioni presentate.
E soprattutto: come non sottolineare la gravità del non essere riusciti a organizzare una Conferenza regionale in Africa? Nessun paese africano se l’è sentita, nemmeno il Sud Africa, che pure co-organizza l’appuntamento di Oslo (e sarà davvero interessante capire come giustificheranno questa ingombrante assenza proprio i sudafricani che furono i primi firmatari della Risoluzione del 15 giugno 2011).
Sappiamo che i difensori dei diritti umani in Africa vivono anni difficili, sotto il fuoco incrociato della poca incisività delle organizzazioni istituzionali e gli effetti, devastanti, della propaganda anti colonialista avviata da africani per lo più residenti nei paesi occidentali ed oggi diventata argomento comune sulle labbra di rappresentanti di ONG e Istituzioni. Aver acconsentito a ridurre i diritti umani alla stregua di una qualsiasi strategia di marketing per imporre il modello economico e sociale neo-colonialista è la colpa principale di tutto l’Occidente, che ancora non riesce ad uscire dai propri complessi di colpa per le orrende malefatte del passato. Ed il balbettio di molti degli attivisti e delle organizzazioni su questi temi non fa che legittimare tali tesi, con tutte le conseguenze nefaste che questo comporta.
Anche io penso che le strategie di coinvolgimento dei paesi africani debbano far tesoro della storia e delle tradizioni locali. E che dobbiamo fare tutti gli sforzi necessari per oltrepassare il muro che ormai si erge tra culture locali e culture democratiche sui costumi sessuali e le libertà personali. La grande campagna contro le mutilazioni genitali femminili promossa dal Partito radicale transnazionale e transpartito, coronata da un primo importante successo proprio all’ONU, sta lì a dimostrare che è possibile demolire false culture e drammatiche consuetudini. Non è ne facile ne breve, ma è l’unica strada che abbiamo per avviare il cambiamento che possiamo attivare.
Anche di questo parleremo a Napoli, durante il VI Congresso dell’Associazione radicale certi diritti, che dedica una tavola rotonda nel pomeriggio di sabato 6 aprile questi temi , nella speranza, anzi nella volontà di trovare le forze per poter continuare le nostre iniziative anche a livello internazionale. (5)
Enzo Cucco
Presidente Associazione radicale Certi Diritti
28 marzo 2013
(1) http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G11/148/76/PDF/G1114876.pdf?OpenElement
(2) Il monitoraggio sull’Italia è disponibile sul sito del centro Risorse lgbt: http://www.risorselgbti.eu/sito_statico/#under2 mentre sul sito di ILGA Europe sono reperibili tutti gli altri documenti:
http://www.ilga-europe.org/home/guide_europe/council_of_europe/lgbt_rights/recommendation_com_lgbt
(3)intervento del Ministro Fornero e lettera congiunta firmata dalle ministre le trovate qui:
http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/primo-piano/2291-aaa
(4) anche su questo ricordo che il PRNTT già molti anni fa, quando ILGA non aveva accesso alle sedi internazionali diede spazio non solo ai temi ma agli stessi rappresentanti delle organizzazioni lgbt di rilievo internazionale.
(5)Informazioni sul congresso sono rintracciabili su sito dell’associazione radicale certi diritti:
http://www.certidiritti.it/notizie/comunicati-stampa/item/1663-vi-congresso-associazione-radicale-certi-diritti
giovedì 28 marzo 2013
SUL FUTURO DEI DIRITTI UMANI DELLE PERSONE LGBT NEL MONDO. LIMITI E OPPORTUNITA' DEGLI ORGANISMI INTERNAZIONALI.
Il 26 marzo 2013 si è svolta a Parigi la Conferenza sui diritti delle persone lgbt in Europa, organizzata dal Governo francese con la collaborazione del Governo polacco.
Quella di Parigi, insieme alle prossime due di Brasilia e Katmandu, rappresentano le conferenze regionali promosse dall’ONU per monitorare l’andamento della Risoluzione 17/19 adottata dal Consiglio per i Diritti Umani il 15 giugno 2011 (1) , prima in assoluto prodotta da questo organismo sul tema della prevenzione e contrasto delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere. Il 15 e 16 aprile prossimi ad Oslo (organizzazione a carico di Governo norvegese e Governo sudafricano) ci sarà la conferenza finale, che dovrà sintetizzare le indicazioni pervenute dalle conferenze regionali. Dopo questo appuntamento le procedure di monitoraggio e revisione continueranno in seno al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite per verificare la possibilità di reiterare la Risoluzione, eventualmente modificandola e implementandola.
Giova ricordare che questo percorso va in parallelo con quello attivato dal Consiglio d’Europa per la Raccomandazione sugli stessi temi adottata dal proprio Comitato dei Ministri nel 2010: finito il monitoraggio indipendente realizzato da ILGA Europe (2), e quasi concluso quello ufficiale del Consiglio stesso, sembra che entro l’anno si dovrebbero avere conclusioni in merito alla revisione, e l’eventuale ri-adozione da parte del Comitato. Questa Raccomandazione non va sottovalutata: certo non ha la forza di una vera e propria Convenzione, ma è stata sottoscritta da tutti i ministri europei e – soprattutto – i suoi contenuti sono saldamente ancorati nella giurisprudenza della CEDU che, per effetto di principi giuridici ormai acquisiti, hanno influenza diretta sulla giurisprudenza dei paesi che ne riconoscono la giurisdizione. Spesso lo dimentichiamo ma la sentenza della Corte Costituzionale e le sentenze della Corte di Cassazione italiane sui diritti delle coppie conviventi dello stesso sesso, non sarebbero state possibili senza precedenti pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di Giustizia dell’Unione europea .
I risultati della Conferenza di Parigi (come delle altre conferenze regionali) sono sostanzialmente il riassunto delle questioni ancora aperte (moltissime) che le associazioni coinvolte hanno ampiamente documentato. Non ci sono state, quindi, conclusioni politiche, anche se lo stesso giorno è stata resa nota una lettera aperta, firmata congiuntamente dalla ministra francese, da quella belga e da quella italiana, che esorta i paesi e le organizzazioni a non abbassare la guardia nella lotta per i diritti umani delle persone lgbt, e contro ogni forma di sessuofobia, omofobia e transfobia. Una encomiabile dichiarazione pubblica che si aggiunge ai molti appelli di altissimo livello e di bassissimo impatto concreto (per il momento) che negli ultimi sei mesi si sono succeduti, da Ban-ki-Moon in giù (o in su, scegliete voi). Anche l’inattesa presenza del Ministro Fornero (inattesa dai pochi italiani presenti come da tutte le altre associazioni europee) può essere interpretata come il bicchiere mezzo pieno o come quello mezzo vuoto: io non avevo, e non ho, alcun dubbio sulla sincerità delle parole e dell’impegno personale del Ministro. Ma non possiamo non constatare che i risultati son pochi, e certo non aiuta aver dovuto lavorare con un parlamento sostanzialmente estraneo a queste tematiche (lo dico in generale, fatte salve poche lodevoli eccezioni). Riuscirà, per esempio, il Ministro a formalizzare, nelle pieghe di un Governo in scadenza, con un proprio atto la Strategia nazionale contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere su cui UNAR ha lavorato e le associazioni hanno offerto il loro contributo? E come si fa a non mettere a confronto l’impegno francese con quello italiano? Negli ultimi cinque anni, per iniziativa del Governo Sarkozy che l’attuale Governo Hollande ha confermato e rilanciato, la Francia si è fatta protagonista dell’iniziativa a livello ONU per la cancellazione del reato di omosessualità, ed ha costituito un fondo (insieme a Norvegia e Olanda) per l’implementazione dei diritti delle persone lgbt nel mondo. E non parlo delle iniziative a livello nazionale, come la prossima approvazione della legge sul matrimonio egualitario, l’approvazione già avvenuta della Strategia nazionale per il superamento delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere, e via elencando.(3)
Detto questo è bene non dimenticare i limiti degli organismi che si occupano di diritti umani: è sotto gli occhi di tutti come molti tra i paesi che fanno parte della Consiglio per i Diritti umani delle NU – e dello stesso Consiglio d’Europa – pur avendo sottoscritto le Convenzioni a cui tutti ci richiamiamo, se ne infischiano bellamente delle stesse e non solo continuano a sedere in organismi che dovrebbero censurare e denunciare il loro comportamento (qualche volta lo fanno, ma le conseguenze sono meno che blande) ma li dirigono anche e partecipano alle procedure di definizione dei lavori e dei documenti agendo, ormai in modo ufficiale, per limitarne l’applicazione. Si tratta di una realtà ben conosciuta da chi si occupa di diritti umani che negli anni hanno assistono ad una vera e propria escalation delle strategie difensive dei paesi che calpestano le dichiarazioni internazionali. Oggi l’alleanza tra i regimi totalitari e fondamentalisti (le due caratteristiche vanno SEMPRE insieme) è palese sui temi che concernono le libertà personali di donne e persone lgbt, e può contare su una rete di ONG a cui non mancano nè risorse né competenze per limitare, in alcuni casi bloccare e ridurre al ridicolo, gli interventi e l’efficacia dell’azione internazionale. Un tale blocco coeso, saldato dall’influenza pervasiva delle confessioni religiose, cambia radicalmente lo scenario: non è detto che quanto è stato possibile solo due o tre anni fa oggi lo sia altrettanto. Questo rinnovato attivismo contro i diritti umani ha prodotto un autentico cavallo di Troia: la Risoluzione approvata dal Consiglio per i diritti umani il 21 settembre 2012 su una “migliore comprensione” dei valori tradizionali nell’ambito delle attività necessarie per la promozione dei diritti umani è l’atto formale che tenta di dare copertura legale a queste azioni e rappresenta anche visivamente il fronte dei paesi alleatisi sostanzialmente contro i diritti umani. (4)
Torno però sul tema dei diritti umani delle persone lgbt ed il ruolo degli organismi internazionali: la constatazione che quando parliamo di diritti delle persone lgbt stiamo parlando di diritti umani (concetto che pare incomprensibile ai politici italiani, ed è entrato non da molto nel dibattito giuridico italiano) è ormai acquisita in questi organismi. Questo è un risultato davvero epocale, che le associazioni lgbt (internazionali, nazionali e locali) devono saper difendere, implementare e utilizzare nel loro lavoro quotidiano. E dobbiamo agli estensori degli Yogyakarta Principles (2007) ed al lavoro di ILGA (e ILGA Europe) innanzitutto, l’azione di pressione e sensibilizzazione costante su questo tema.
Per chi crede nel diritto, infatti, questi passi sono fondamentali, niente affatto ultimativi ma essenziali per accompagnare non dico i destini dell’umanità, ma proprio la realtà di tutti i giorni del nostro vivere quotidiano. Si pensi all’impatto che ha avuto la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie da parte dell’OMS!
Il secondo grande risultato ottenuto in questi anni è l’aver ottenuto il pieno riconoscimento delle associazioni lgbt: faceva un certo effetto a Parigi (ma accadrà lo stesso nelle conferenze successive) vedere sullo stesso livello tanti ministri, alti funzionari delle organizzazioni internazionali e delle loro agenzie e i rappresentanti di ILGA Europe, Transgender Europe e molte singole associazioni. Non sono particolarmente sensibile alle manifestazioni di eccessivo giubilo per essere stati finalmente accettati al tavolo dei potenti, ma di certo questo riconoscimento è una opportunità che deve essere utilizzata al meglio. E così è stato a Parigi dove non è stato concesso alcuno sconto ai rappresentanti dei paesi presenti, puntualmente incalzati da fatti e numeri precisi, che spogliati dagli orpelli delle dichiarazioni di principio hanno una forza argomentativa potente.
Detto questo come non provare imbarazzo (fastidio e magari qualche cosa in più) quando si ascolta il Ministro della Giustizia della Serbia che “dimentica” che nel suo paese i Pride non si possono svolgere, o quando parla un esponente del governo ucraino (a Parigi nelle vesti di Paese che detiene la presidenza di turno dell’OCSE) che fa finta di non conoscere la politica apertamente discriminatoria del suo Governo? Anche questi sono i limiti della liturgia ONU, solo parzialmente compensata dal fatto che avendo ILGA spinto per far invitare i rappresentanti delle associazioni di quei paesi, le loro signorie han dovuto rispondere (in genere balbettando) alle puntuali argomentazioni presentate.
E soprattutto: come non sottolineare la gravità del non essere riusciti a organizzare una Conferenza regionale in Africa? Nessun paese africano se l’è sentita, nemmeno il Sud Africa, che pure co-organizza l’appuntamento di Oslo (e sarà davvero interessante capire come giustificheranno questa ingombrante assenza proprio i sudafricani che furono i primi firmatari della Risoluzione del 15 giugno 2011).
Sappiamo che i difensori dei diritti umani in Africa vivono anni difficili, sotto il fuoco incrociato della poca incisività delle organizzazioni istituzionali e gli effetti, devastanti, della propaganda anti colonialista avviata da africani per lo più residenti nei paesi occidentali ed oggi diventata argomento comune sulle labbra di rappresentanti di ONG e Istituzioni. Aver acconsentito a ridurre i diritti umani alla stregua di una qualsiasi strategia di marketing per imporre il modello economico e sociale neo-colonialista è la colpa principale di tutto l’Occidente, che ancora non riesce ad uscire dai propri complessi di colpa per le orrende malefatte del passato. Ed il balbettio di molti degli attivisti e delle organizzazioni su questi temi non fa che legittimare tali tesi, con tutte le conseguenze nefaste che questo comporta.
Anche io penso che le strategie di coinvolgimento dei paesi africani debbano far tesoro della storia e delle tradizioni locali. E che dobbiamo fare tutti gli sforzi necessari per oltrepassare il muro che ormai si erge tra culture locali e culture democratiche sui costumi sessuali e le libertà personali. La grande campagna contro le mutilazioni genitali femminili promossa dal Partito radicale transnazionale e transpartito, coronata da un primo importante successo proprio all’ONU, sta lì a dimostrare che è possibile demolire false culture e drammatiche consuetudini. Non è ne facile ne breve, ma è l’unica strada che abbiamo per avviare il cambiamento che possiamo attivare.
Anche di questo parleremo a Napoli, durante il VI Congresso dell’Associazione radicale certi diritti, che dedica una tavola rotonda nel pomeriggio di sabato 6 aprile questi temi , nella speranza, anzi nella volontà di trovare le forze per poter continuare le nostre iniziative anche a livello internazionale. (5)
Enzo Cucco
Presidente Associazione radicale Certi Diritti
28 marzo 2013
(1) http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G11/148/76/PDF/G1114876.pdf?OpenElement
(2) Il monitoraggio sull’Italia è disponibile sul sito del centro Risorse lgbt: http://www.risorselgbti.eu/sito_statico/#under2 mentre sul sito di ILGA Europe sono reperibili tutti gli altri documenti:
http://www.ilga-europe.org/home/guide_europe/council_of_europe/lgbt_rights/recommendation_com_lgbt
(3)intervento del Ministro Fornero e lettera congiunta firmata dalle ministre le trovate qui:
http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/primo-piano/2291-aaa
(4) anche su questo ricordo che il PRNTT già molti anni fa, quando ILGA non aveva accesso alle sedi internazionali diede spazio non solo ai temi ma agli stessi rappresentanti delle organizzazioni lgbt di rilievo internazionale.
(5)Informazioni sul congresso sono rintracciabili su sito dell’associazione radicale certi diritti:
http://www.certidiritti.it/notizie/comunicati-stampa/item/1663-vi-congresso-associazione-radicale-certi-diritti
martedì 26 febbraio 2013
FANTAPOLITICA DEI DIRITTI
Smettiamola di piangere (o di ridere che tanto ha lo stesso effetto depressivo) e cerchiamo di ragionare.
Ve lo dico subito: il ragionamento che farò è fantapolitica per l’Italia. Non lo sarebbe per tanti altri Paesi, europei e non, dove su diritti i Parlamenti sono in grado di costruire maggioranze trasversali. Si guardi al bell’esempio, in corso, di Gran Bretagna e Francia.
Cerchiamo di stare ai fatti: Centro Sinistra e M5S hanno complessivamente 448 deputati e 175 senatori sicuri. Una maggioranza amplissima per approvare quelle riforme che, con qualche sfumatura e un paio di forti eccezioni, questo vasto schieramento condividono. Mi limito alle questioni inerenti l’ambito dei diritti, ovvero quanto ancora è necessario fare per applicare compiutamente l’articolo 3 della Costituzione (e magari anche l’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea): parlo del diritto di cittadinanza agli immigrati, della lotta contro i crimini d’odio (non solo omofobia e transfobia), delle politiche antidiscriminatorie in generale e di quelle specifiche per le persone con disabilità, della lotta contro la violenza di genere, per la riforma della legge 40, per la drammatica realtà delle carceri italiane, per la riforma del diritto di famiglia, compreso il riconoscimento delle convivenze e mi spingo fino al matrimonio egualitario.
E sono convinto che su certi temi la maggioranza si amplierebbe anche ad alcune personalità del centro destra.
Ovvio che l’ “area diritti” non contiene solo temi condivisi e senza contrasto, anzi ….. E le differenze (quanto ci volete scommettere?) saranno tutte concentrate sui temi per i quali il Vaticano è più sensibile. Ma il dato di fatto, direi aritmetico, c’è: non ci hanno spiegato fino allo sfinimento che la politica è una questione di numeri?
Sapete perché questo ragionamento non fila in Italia? Perché i partiti, con l’unica eccezione storica dei radicali e di pochi altri, antepongono gli schieramenti e gli interessi di potere ai risultati concreti. Sarà difficilissimo trovare accordi anche sulle questioni più condivise, e gli argomenti saranno: la congiuntura politica, quella istituzionale, quella economica ….. in realtà l’odio feroce e la lotta di potere tra nemici avrà il sopravvento sull’interesse del Paese. Sì, proprio l'interesse del Paese, perché la questione dei diritti è interesse del paese intero, non solo di qualche minoranza più o meno consistente. E state tranquilli che la colpa sarà sempre dell’altro, mai una assunzione di responsabilità, mai un pò di autocritica seria.
In tutto questo, come ho spesso detto, i movimenti che si occupano di diritti in Italia sono parte di questo gigantesco problema, e non sono, ne ci vogliono lavorare, la soluzione del problema. Ne sono parte perché ai problemi di schieramento rispondono con soluzioni di schieramento, nei contenuti e nelle alleanze. Ed in queste elezioni ne abbiamo visti un sacco di esempi da manuale di questo tipo. Ma questo è un altro argomento…..
Spero di essere smentito. Diversamente prepariamoci ad un paio di anni almeno ancora di traversata del deserto. Lavoro da fare ne abbiamo moltissimo.
Enzo Cucco
martedì 5 febbraio 2013
RIDUZIONE DEL DANNO ALLA VATICANA
L'ultima dichiarazione di Mons.Paglia dovrebbe chiarire anche alle famose tre scimiette com orecchie, bocca e occhi tappati, quale sia la vera strategia vaticana in materia di nuovo diritto di famiglia.
Ben consapevoli che siamo di fronte ad una evoluzione del diritto non basata sulle fantasie ma sulla realtà che cambia, si cerca disperatamente di correre ai ripari incalzati dalle novità che arrivano da Francia, Gran Bretagna e USA in materia di matrimonio egualitario ed alle conseguenze planetarie che le nuove leggi in quei paesi potrebbero produrre. Senza dimenticare una riflessione all'opinione pubblica, che a percentuali ben superiori al 60%, ormai accetta e riconosce i diritti delle coppie conviventi.
La parola d'ordine è sempre stata la stessa: resistere, resistere, resistere, e non concedere nulla su nessun piano, sia pur riconoscendo in punta di diritto (e di carità) che non ci sono motivazioni accettabili per perseguitare le persone omosessuali. Ma per escluderle si.
Oggi che le cose stanno cambiando a livello globale ad una velocità che nessuno si poteva immaginare, si concede qualcosa, pare sul piano dei diritti individuali e si continuerà a "far melina" sui diritti connessi alle famiglie, a cominciare dal riconoscimento di quello che la Corte costituzionale, oltre che la società intera, ha dichiarato essere un diritto dovuto. Ovvero il diritto a costruirsi una famiglia e a vedersela riconosciuta dallo Stato.
Il Vaticano fa queste considerazioni proprio da un punto di vista globale: fosse solo per l'Italia nulla guasterebbe i sonni di oltretevere. Ma nei paesi a stragrande maggioranza cattolica, e si pensi all'America Latina ed anche all'Irlanda ed all'Austria, non solo da tempo sono state introdotte forme di riconoscimento delle unioni civili, ma la richiesta del matrimonio egualitario è forte e montante, e non per molto riuscirà a resistere nei prossimi anni.
Non v'è nessuna novità nelle dichiarazioni di Monsignor Paglia su diritti dei gay, ma solo il tentativo di fare "riduzione del danno".
E mi par di scorgere anche un velo di imbarazzo in dichiarazioni che la Chiesa, per storia e cultura, avrebbe dovuto fare decenni fa. E magari ripeterle forte e chiaro nelle sedi ONU e UE dove, al contrario, le alleanze con i peggiori fondamentalismi religiosi e totalitarismi politici hanno prodotto mostruosità come le nuove proposte ugandesi e russe.
nessuno però è ancora riuscito a rispondere ad una semplice domanda diritta: diritti si, matrimonio no: e perchè, di grazia?
Enzo Cucco
5/2/13
giovedì 17 gennaio 2013
IL TRIO CONTRO L’UGUAGLIANZA
Ora ne abbiamo la certezza: dopo le recenti dichiarazioni di Monti contro il matrimonio egualitario e l’adozione da parte delle coppie dello stesso sesso si è formato un bel terzetto BMB, Berlusconi, Monti e Bersani, divisi su quasi tutto ma d’accordo su questo, senza se e senza ma. Addirittura usando gli stessi termini, che guarda caso (ma è solo un caso, niente paura…) sono gli stessi termini che da circa 10 anni usa il Vaticano.
E c’è di più: al di là delle differenti coloriture linguistiche, tutti e tre si dicono d’accordo per riconoscere i diritti dei conviventi, ma in quali forme non è dato sapere. Solo Bersani ha balbettato qualcosa sul modello tedesco, ma è davvero un balbettio. Per il resto mi sembra di aver capito che, a dispetto dei nostri amici ed amiche del PD, il PD stesso stia lavorando ad una civil partnerhip solo per le coppie formate da persone dello stesso sesso, che immaginiamo conterrà tutti i doveri possibili - peraltro già ampiamente attivati per via amministrativa - e pochi diritti. Su quali saranno questi diritti si sta concentrando il massimo di attesa, e di iniziativa, di tutti coloro che si sono arresi all’evidenza di un Vaticano troppo forte per essere sconfitto in campo aperto.
E’ chiaro anche a un bambino che la classe politica nazionale su questi temi esprime posizioni sostanzialmente identiche a quelle espresse durante il secondo Governo Prodi. L’unica cosa che cambia è la società italiana che da allora aumenta il proprio consenso sul riconoscimento delle convivenze ormai quasi in forma plebiscitaria e ha da poco raggiunto anche il 50% di assenso sul matrimonio egualitario. Se solo i signori candidati ascoltassero la gente e i sondaggisti, invece che sentire sempre e solo la campana oltre Tevere, magari ci capirebbero qualcosa. E se sono allergici ai sondaggi ed alle campane (cosa che non mi sembra) ci sarebbero sempre le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa, le Risoluzioni del Parlamento europeo e le leggi degli altri paesi europei a tracciare l’agenda (il nome gli piace tanto…) dei diritti che ancora mancano nel nostro Paese. Una sbirciata a quei documenti non gli farebbe male.
Non credo ci sia molto altro da spremere di più da questa campagna elettorale in materia di diritti delle persone lgbt. Al netto del profluvio delle molte dichiarazioni, roboanti e illusorie, da una parte e dall’altra, per attivare il solito specchietto per allodole che votano.
Rimane il ridicolo di un candidato alla presidenza del consiglio (Monti) che si dice esponente di un nuovo centro europeo e che in genere si dimentica dei diritti (all’opposto quindi di quanto accade in tutta Europa, di destra e di sinistra) e quando lo fa è solo per fare il ventriloquo di Rino Fisichella. E la preoccupazione – questa si, davvero grande – di un prossimo Parlamento impegnato a far passare la legge meno irritante possibile per quella minoranza aggressiva, straricca e potente che ha la sua sede legale nello Stato estero denominato Vaticano.
Comunque seppiatelo, io non mi arrendo. Se la strategia delle loro signorie è quella di giocare sul disgusto e il disimpegno di chi gli ricorda che stanno giocando con la vita di centinaia di migliaia di persone, e con i diritti umani di tutti e di tutte, si sbagliano di grosso. Io il regalo di non andare a votare non glielo faccio, e nemmeno quello di morire di indignazione e di disimpegno.
Sarà difficile, lunga, contorta. E’ molto probabile che subiremo ancora sconfitte e umiliazioni, e non è affatto detto che le stesse arriveranno da quelli che consideriamo avversari.
Ma non ne ho alcuna paura, saranno anni intensi e pieni di vittorie, alla faccia della loro real politik.
Enzo Cucco
Presidente della Associazione Radicale Certi Diritti
17 gennaio 2013
lunedì 10 dicembre 2012
UNA OCCASIONE DA NON PERDERE
Il 12 dicembre prossimo si svolgerà a Roma la prima riunione del Gruppo nazionale di lavoro LGBT, convocato dall’UNAR per la definizione della Strategia nazionale di prevenzione e contrasto delle discriminazioni nei confronti delle persone LGBT. La Strategia dovrà tentare di applicare la Raccomandazione del Consiglio d’Europa CM/Rec(2010)5 adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio proprio su questo tema.
Si tratta di una occasione importante, da non perdere né sprecare, per almeno tre motivi:
1. è la prima volta che le istituzioni italiane tentano di affrontare le questioni lgbt in modo sistemico, e non sporadico e frammentario come nel passato (senza parlare dei decenni in cui non se ne sono occupati del tutto);
2. è la prima volta che le istituzioni italiane attivano un rapporto con le associazioni lgbt attraverso un metodo trasparente, aperto a diversi contributi, centrato su un obiettivo e sotto gli occhi di istituzioni europee di fronte alle quali anche il metodo, e non solo i risultati, saranno valutati;
3. è l’occasione giusta per le associazioni lgbt italiane per costruire, se lo vorranno, una strategia comune (ripeto strategia, non obiettivi comuni o comuni programmi di attività) al fine di ottenere il massimo dall’opportunità offerta che, anche un bambino lo capirebbe, se vedrà le associazioni rapportarsi in ordine sparso con le istituzioni, otterrà davvero poco (c’è da giurarlo…) dal lavoro che ci accingiamo a realizzare.
Per comprendere appieno le opportunità di cambiamento che questa occasione offre credo che sia utile prendere in esame il significato della Raccomandazione del COE ed i limiti della stessa.
Non c’è ombra di dubbio che la Raccomandazione rappresenti la migliore definizione del quadro complessivo dei diritti delle persone lgbt in Europa oggi. La sua importanza non sta nella precisione con cui i temi sono trattati, ma nell’approccio adottato per la sua elaborazione. Finalmente la misura della diseguaglianza e della mancanza di dignità in cui le persone gay lesbiche transessuali e intersessuali vivono in alcuni paesi è commisurata ai diritti fondamentali di cui, come individui uguali di fronte alla legge, dobbiamo poter godere.
In altre parole il Consiglio ha dato sostanza allo slogan “i diritti lgbt sono diritti umani” che sintetizza anni di elaborazione del mondo giuridico e associativo internazionale. Tema ancora molto lontano dal dibattito pubblico italiano, dove non si riesce a smuovere la grande stampa e la classe dirigente dall’atteggiamento di paternalistica accondiscendenza nei confronti di diritti reclamati da una minoranza ormai visibile, non come “gentile concessione” di un paese moderno ma del riconoscimento concreto di diritti, appunto.
La Raccomandazione, pur non essendo vincolante come una Convenzione, è stata adottata all’unanimità dei membri del Comitato dei Ministri, ed ha generato un progetto per la sua implementazione, finanziato da Finlandia, Germania, Olanda, Norvegia, Svezia, Svizzera e UK, che vede come partner Albania, Italia, Montenegro, Polonia, Serbia e Lettonia. Basterebbe questo elemento per dirci quanto la situazione italiana sia presa in grande considerazione nelle istituzioni europee.
Questa situazione di “osservata speciale” dell’Italia è ben nota a chi si occupa di diritti umani non solo in ambito lgbt, ed ha fatto si che ILGA Europe scegliesse anche il nostro tra i paesi nei quali sviluppare un primo monitoraggio della Raccomandazione stessa (questa volta insieme a Bosnia, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Georgia, Ungheria, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Serbia, Ucraina). Primo monitoraggio che è stato realizzato dal Centro risorse lgbt con la collaborazione di Agedo, Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno, Associazione radicale certi diritti e Coordinamento Silvia Rivera, e che può rappresentare una base importante per definire strategie ed attività concrete. Si tenga inoltre conto che nel 2013 il Consiglio d’Europa attiverà un proprio monitoraggio con l’obiettivo di verificare se c’è bisogno di una nuova Raccomandazione sullo stesso tema.
Un’altra caratteristica della Raccomandazione è che basandosi sulla Convenzione europea dei diritti umani e sulla giurisprudenza prodotta in questi anni, esclude dai temi trattati alcune questioni importanti, come per esempio quella del matrimonio egualitario, ma ne include talmente tante altre, ed elenca le misure da adottare in modo così preciso che un Piano per l’attuazione della Raccomandazione in Italia necessiterebbe di risorse economiche, basi giuridiche, impegno istituzionale e volontà politiche che davvero fatichiamo a vedere tutte insieme all’orizzonte nella quantità necessaria..
Quali risorse, e quale volontà politica il Governo può mettere in campo in questo momento per definire una Startegia nazionale credibile? Questa è la domanda principale su cui si gioca il senso della riunione del 12 dicembre ( in realtà dobbiamo contare anche la riunione dello scorso 16 febbraio sempre ad opera di UNAR, preparatoria della successiva) ma anche dell’attività stessa dell’UNAR a cui va riconosciuto il grande merito di credere possibile un tale impegno esponendosi su terreni nei quali non possiede alcuna possibilità di intervento reale se non quella che deriva da una capacità di coinvolgimento e indirizzo difficilissima da trovare e da mettere in pratica tra differenti corpi dello stato.
Su questo percorso giace come un macigno la necessità, chiaramente indicata dalla Raccomandazione del Consiglio d’Europa, di interventi normativi che non sono ne pochi ne semplici: di quali strumenti si doterà la Strategia nazionale almeno per tentare di influenzare il prossimo Parlamento su questi temi?
Ed infine: sapranno le associazioni sfruttare al meglio l’occasione? Le incognite su quest’ultimo punto sono tante, comprese quelle derivanti dalla tentazione di accreditarsi come destinatari di risorse finanziarie, e non come soggetti responsabili di una strategia e coinvolti in un processo che, speriamo, dovrà essere chiaramente definito dall’inizio.
Una bella sfida, quindi, quella che abbiamo di fronte. Per le associazioni e per le istituzioni. E per tutti coloro che credono possibile il cambiamento nel nostro paese, anche per i diritti lgbt.
Enzo Cucco
Presidente Associazione radicale certi diritti
10 dicembre 2012
domenica 25 novembre 2012
VERSO UNA ROAD MAP ITALIANA PER I DIRITTI DELLE PERSONE E DELLE FAMIGLIE LGBT
Il Parlamento europeo ha licenziato lo scorso 25 ottobre uno studio molto interessante intitolato: “Towards an EU Roadmap for Equality on Grounds of Sexual Orientation and Gender Identity”. Lo studio nasce per iniziativa del Gruppo Liberale al Parlamento europeo - anche grazie ad Ottavio Marzocchi, componente del Direttivo dell’Associazione radicale Certi Diritti – e vi hanno contribuito molte associazioni e istituzioni, tra cui in modo decisivo la FRA ed ILGA Europe. Si tratta di una iniziativa rivolta soprattutto alla Commissione e al Consiglio perché adottino un documento che nel linguaggio e nella prassi comunitaria ha un significato importante. Quello di segnare una strada condivisa per il raggiungimento di obiettivi concreti e misurabili per la piena uguaglianza. E’ già accaduto per altre materie, ed è uno strumento molto usato a livello europeo, che non aveva mai trovato una sua applicazione per le questioni connesse alla realtà delle persone omosessuali e transessuali in Europa.
Lo studio del parlamento europeo è poco conosciuto Italia, e lo è anche di meno il “Programme d’actions gouvernemental contre les violences et les discriminations commises à raison de l’orientation sexuelle ou de l’identité de genre”, assunto dal Governo Hollande il 31 ottobre scorso, alla cui stesura ha contribuito in modo determinante la Federazione francese lgbt.
Non credo ci voglia molto per spiegare l’importanza di questi documenti, che spingono verso una assunzione di responsabilità trasparente e misurabile rispetto a temi sui quali tutti si sentono in diritto di fare qualsiasi dichiarazione ma pochi, quasi nessuno, trasforma le parole in impegni precisi
Credo anche che sia evidente come gli impegni assunti con questi documenti (a livello europeo come a livello governativo) necessitino non solo di un interlocutore preciso (nomi e cognomi) che rappresenti la realtà lgbt, ma anche di regole di trasparenza e verifica continua, dove tutti giochino il ruolo che gli compete.
Io credo che in Italia sia giunto il momento di lavorare seriamente a una Road map italiana per i diritti delle persone e delle famiglie lgbt. Da tempo alcuni di noi chiedono che le associazioni trovino il modo di coordinarsi a livello nazionale, per razionalizzare i propri sforzi e renderli efficaci. Il fatto che i tentativi siano stati tutti fallimentari (la Federazione, il Comitato Sì, lo voglio, il Coordinamento nazionale Pride, dimentico qualcos’altro?) non mi sconforta, ed anzi mi spinge a pensare che dobbiamo moltiplicare gli sforzi per fare le cose necessarie per il nostro Paese: unirsi in obiettivi concreti e in una strategia definita, per incalzare le istituzioni su temi importanti per tutti e tutte, non solo per le persone e le famiglie lgbt.
Per troppo tempo il movimento lgbt è stato parte del “problema Italia”, e non promotore della sua soluzione. E spiegare tutto con l’invadenza vaticana dice molto, ma non esaurisce affatto l’elenco delle responsabilità che anche noi abbiamo sulla realtà esistente. Da domani le associazioni hanno un paio di appuntamenti da non mancare: la più ravvicinata è quella del 12 dicembre prossimo, giorno in cui l’UNAR ha convocato un tavolo di confronto per un piano nazionale per l’applicazione in Italia della Raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2010. L’altro appuntamento è quello con il prossimo Governo, quale che sia. Appuntamento che si prepara anche attraverso le elezioni ed i mesi prossimi di campagna elettorale.
Spero che tutte le associazioni comprendano quanto sia importante, oggi, l’unità degli obiettivi e della strategia, non l’unità delle associazioni, a cui non ho mai creduto. E la costruzione di una roadmap è un metodo secondo noi molto importante da saper utilizzare.
Ecco perché insieme a Famiglie Arcobaleno la mia associazione ha deciso di invitare ad un primo incontro su questo tema tutte le associazioni lgbt nazionali, i coordinamenti locali e le associazioni italiane aderenti a ILGA. L’appuntamento è per il 30 novembre prossimo, presso la CGIL di Via Buonarroti a Roma. Per cominciare.
Enzo Cucco
Presidente dell’Associazione radicale Certi Diritti
martedì 6 novembre 2012
Que viva España!
La notizia che l’Alta Corte spagnola ha dichiarato perfettamente costituzionale la legge, approvata dal Governo Zapatero nel 2005, che ha esteso il matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso, è importante quasi quanto l’approvazione della stessa legge. In attesa che i giuristi possano leggere il testo integrale e dirci quanto peserà questa decisione sull’evoluzione degli indirizzi giurisprudenziali europei in materia, ritengo che le conseguenze sul piano politico siano evidentissime, almeno per due ordini di questioni.
La prima ha a che fare con la Spagna e con il suo modello politico-istituzionale. Contro i numerosi pessimisti che pronosticavano il peggio, soprattutto a causa del nuovo governo in carica che senz’altro avrebbe modificato gli equilibri in Corte, si dimostra quanto quel Paese mantenga una dimensione laica delle istituzioni che noi italiani non possiamo che invidiare. Non so se la Corte si sia già espressa su altre questioni al centro dell’impegno fondamentalista cattolico - per esempio la nuova legge sull’aborto - ma di certo possiamo affermare che i giudici non hanno avuto timore del cambio di governo. Sarà la decisione definitiva sul futuro del matrimonio tra persone dello stesso sesso o la nuova maggioranza cercherà ancora di intervenire per via legislativa sulla legge? Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi. Di certo questa sentenza renderà molto, molto più difficile ogni tentativo di cancellazione o riduzione dei diritti acquisiti.
La seconda ha a che fare con l’Europa. Come è noto Hollande in questi giorni presenterà il suo progetto, Cameron ha pubblicamente dichiarato la sua posizione e la stessa Merkel ha a che fare con un dibattito tedesco sempre più orientato al riconoscimento del matrimonio egualitario. Tutto questo non potrà che avere effetti positivi, sia sulle istituzioni europee (comprese le Corti di Giustizia) sia sui singoli stati rafforzando l’opinione di chi, come me, ritiene che il processo di riforma dei diritti di famiglia dei paesi di cultura occidntale (sono diversi, ciascuno più o men legato alla tradizione giuridica dei singoli paesi europei) sia irreversibilmente orientato al riconoscimento del matrimonio egualitario.
La questione, per l’Italia, rimane sempre la stessa: per quanto ancora riuscirà a resistere nel suo ruolo di baluardo della tradizione e del fondamentalismo cattolico? E quale sarà la via d’uscita che il prossimo Parlamento inventerà per non concedere alla modernità di fare il suo corso e farsi che il Paese accolga sul piano giuridico quelle trasformazioni che a livello sociale sono accertate ed accettate?
Enzo Cucco
Presidente della Associazione radicale Certi Diritti
http://gayindependent.blogspot.it/
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